Giuseppe Berto.
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ANONIMO VENEZIANO.
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1976. Biblioteca Universale Rizzoli, MILANO.
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Trasposizione elettronica di: Santo B. Carminati 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla  
            Fondazione Ezio Galiano onlus
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        ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Dai dialoghi di un film di grande successo, Berto ha tratto un romanzo, seguendo un itinerario opposto a quello consueto: i personaggi, non esauriti nei dialoghi e nelle immagini del film, ancora urgevano in lui, richiedevano una vita pi duratura e profonda. Infatti, nella prefazione a questo romanzo, l'autore confessa: Posso dire che in vita mia non avevo mai lavorato tanto per scrivere tanto poco, n mi ero mai cos abbandonato al tormentoso piacere di permettere ai pensieri di cercarsi a lungo le parole pi appropriate.
Cos la citt del Tristano ha saputo ispirare un'altra storia d'amore e di morte, di totale e selvaggio romanticismo: l'ultimo incontro di un uomo - un musicista - cui restano soltanto pochi giorni di vita, con la donna che un tempo lo ha molto amato, che lo ha lasciato, ma forse l'ama ancora... L'uomo e la donna si cercano, si ritrovano, riscoprono la loro giovinezza e il loro amore, le loro radici profonde, anche dietro parole che offendono e feriscono, e questo forse dar all'uomo il coraggio di morire, circondato e attirato dal lugubre splendore di una citt che lentamente sprofonda.
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L'AUTORE.
Giuseppe Berto (1914-1978)  uno dei maggiori scrittori italiani. I suoi romanzi Il cielo  rosso (1947), Il brigante (1951), Il male oscuro (1964) e La cosa buffa (1966) hanno avuto successo in tutto il mondo. Ha pubblicato anche il romanzo breve Le opere di Dio (1948), il diario Guerra in camicia nera (1955), il volume di racconti Un po' di successo (1963), il dramma L'uomo e la sua morte (1964), la favola La Fantarca (1965).
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PREFAZIONE.
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Hemingway diceva che uno scrittore, se  abbastanza buono, deve misurarsi ogni giorno con l'eternit, o con l'assenza di eternit. Io non posso giurare d'essere uno scrittore abbastanza buono, per la fatica di misurarmi con l'eternit o, peggio, con l'assenza di eternit, la conosco anch'io.
Con questo voglio dire non che presumo di produrre ad ogni passo opere immortali, ma semplicemente che ho l'abitudine di lavorare con seriet e purezza di propositi, anche mirando al successo, com' lecito, purch la ricerca del successo non comporti alienazione. Quindi, se mi accusano di furbera, di venire a compromesso con l'industria culturale, io mi addoloro e mi offendo.
Quest'accusa mi fu abbondantemente riversata addosso nel 1971, quando "Anonimo Veneziano" fu pubblicato per la prima volta, in forma di dialogo diretto con qualche didascalia. Usciva al seguito di un film di grande successo - in effetti era il dialogo di quel film - e il sospetto che si trattasse di un'operazione commerciale fioriva spontaneo.
A peggiorare le cose, proprio in quel tempo, e in un clima di grande euforia consumistica, usc in Italia "Love Story", un romanzo che in America e altrove aveva gi avuto trionfali accoglienze. Fatalmente, "Anonimo Veneziano" e "Love Story" mostravano qualche punto di somiglianza, cos molti furono contenti di credere, e di far credere, che io avevo scritto "Anonimo Veneziano" non solo tenendo conto delle indagini di mercato, ma anche andando sulle pedate d'un collega tanto prediletto dalla fortuna.
Ora, l'accusa di imitazione  ridicola: il dialogo del film "Anonimo Veneziano" io lo scrissi, e lo consegnai a Enrico Maria Salerno che me l'aveva ordinato, nel 1967, alcuni anni prima che uscisse "Love Story". Parimenti ridicola , ai miei occhi, l'accusa di alienazione. La pubblicazione di un libro , quasi sempre, un'operazione commerciale: un editore stampa un volume nella speranza di venderlo, e pu fondare la sua speranza anche su fattori estranei alla letteratura. Per esempio, il successo di alcuni film ricavati dal "Decamerone" pu avere invogliato qualche editore a pubblicare, magari in fretta, le novelle del Boccaccio, tuttavia sarebbe scorretto se, a causa di ci, si sospettasse il Boccaccio di collusione con l'industria culturale. Collusione pu verificarsi solo nella fase in cui un'opera viene creata, non quando viene stampata, e voler capire l'animo d'uno scrittore mentre immagina e scrive un'opera  presunzione perversa, come pretendere di penetrare con superbia e ignoranza dentro un mistero che di solito  tale anche per colui che sta immaginando e scrivendo.
Per conto mio era ingiusto che qualcuno si mettesse a giudicare contaminato da malafede e da plagio un lavoro che in fin dei conti trattava della morte e del coraggio di morire, un tema che, pi o meno allegramente, sta in tutta la mia vita e in quasi tutti i libri che ho scritto.
La pubblicazione di "Anonimo Veneziano" mi procur, dunque, prevalentemente dispiaceri. Mi ci sarei anche rassegnato, magari sognando di rifarmi dopo morto - bene o male l'avevo pur scritto misurandomi con l'eternit - se non mi fosse capitata tra le mani l'edizione inglese del mio lavoro, nella traduzione fatta da certa Valerie Southorn. Manovrando ingegnosamente con le didascalie, costei aveva trasformato il dramma in un racconto, ottenendo un risultato, per me, illuminante: se l'aveva fatto lei di testa sua, perch non potevo farlo io di testa mia?
Cos siamo arrivati a questa seconda stesura di "Anonimo Veneziano", con la quale spero di cancellare almeno in parte le brutte impressioni suscitate dalla prima. Il dialogo  rimasto press'a poco com'era, ma le scarne didascalie sono diventate brani narrativi, scritti con fatica e puntiglio e ambizione, per raggiungere un approfondimento psicologico dei personaggi che il solo dialogo non consentiva, e per stabilire tra il protagonista che sta morendo e la sua citt che sta morendo insieme a lui, un pi pietoso legame.
Posso dire che in vita mia non avevo mai lavorato tanto per scrivere tanto poco, n mi ero mai cos abbandonato al tormentoso piacere di permettere ai pensieri di cercarsi a lungo le parole pi appropriate, e nel cercarsele magari mutano e differentemente si presentano sicch ne vogliono altre, e cos via.  un'operazione che, d'abitudine, l'industria culturale non chiede, e forse nemmeno gradisce.
GIUSEPPE BERTO.
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ANONIMO VENEZIANO.
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"Questo popolo per mille anni lott coraggiosamente per la vita,
poi per altri trecento anni non fece che invitare la morte".
(John Ruskin, "Le pietre di Venezia").
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[Paragrafo] 1.
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Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva n a dissiparsi n a diventare pioggia, un po' disfatta da un torpido scirocco pi atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d'immodestia confinante col peccato, la citt era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d'una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell'inquietudine di miriadi di ratti che si andavano moltiplicando in attesa. Della gente, ognuno portava dentro di s una particella di quella finalit irrimediabile. Facevano le cose d'ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e le facevano con pi spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinch la morte facesse pi in fretta.
Poi, un campanile via l'altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bast a fare allegria nell'umido mezzogiorno di novembre. Al di l della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli.
I mori dell'orologio batterono a turno, anch'essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.
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[Paragrafo] 2.
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Nella stazione, il rapido delle ore dodici da Milano arriv a fermarsi con innaturale dolcezza sul finire del binario numero quattro, senza un rumore proprio, finch non si sent il soffiare dell'aria compressa che apriva le porte automatiche. Scesero viaggiatori frettolosi, con poco o nessun bagaglio: non era stagione di turisti. Presto, sul marciapiede, non sarebbero rimaste che le squadre d'inservienti subito accorsi con scale e secchi e spazzole per pulire i vetri dei finestrini, un lavoro che compivano con straordinaria alacrit, giacch dopo sarebbero andati a mangiare.
Lei scese per ultima, dalla vettura di coda, e s'incammin senza esitazione palese, ma a testa bassa, come volutamente incurante di vedere se fossero venuti a prenderla. Vestiva con sobriet ricercata, un tailleur di lana tra il verde e il marrone, una grande borsa di cuoio, un ombrello che, chiuso, aveva minuscole dimensioni. Al collo, sulla camicetta color tabacco, portava un semplice filo di perle, che forse non erano neanche vere. Poteva darsi che avesse fatto qualche studio per non apparire troppo bella e troppo ricca, ma era bella, e la ricchezza le si addiceva. Veniva avanti con leggeri capelli e passi armoniosi, abbastanza ostinata nel tenere il volto basso. Lo alz soltanto dopo che si fu fermata davanti a lui. Era bella anche nel viso non pi tanto giovane, ma l'espressione appariva chiusa, per difesa forse, per nascondere una paura che comunque s'indovinava. Nessuna tenerezza, naturalmente.
Lui, appena pi anziano di lei, sui quarant'anni, la stava aspettando l, cio in testa al marciapiede numero quattro, da dove lei sarebbe necessariamente dovuta passare, si capisce se fosse venuta. Era venuta. Ora la guarda quasi a sfida, lei troppo bella ed elegante, mentre lui nei capelli, nelle pieghe del viso, nell'impermeabile gualcito, nelle scarpe non nuove n pulite, esibisce a sufficienza i segni d'un genio che non ha avuto molta fortuna. Gli occhi, peraltro, mantengono con fermezza un'espressione di tenace ironia, si direbbe, sentimento al quale i geni poco fortunati hanno irrinunciabile diritto. E non  senza una sfumatura d'ironia che riesce a dire:
Grazie che sei venuta.
Lei che, rinunciando a capire, aveva distolto i suoi occhi, non glieli rimette addosso. Sicuramente il loro passato non alimenta solo paura e ironia, ma anche una sfiduciata stanchezza, almeno per ci che la riguarda.
Potevo farne a meno? dice, e non  una domanda.
Al binario sei lui dice c' l'Orient Express: parte tra trentadue minuti.
Se ti bastano, trentadue minuti lei dice, accentuando sfiducia e stanchezza.
Lui esita, tentato di dirle di s, mandandola a farsi fottere.
No, dice.
Allora, eccomi.
Dove vuoi che andiamo?,
Se non lo sai tu.
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[Paragrafo] 3.
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Non era facile saperlo, anche lui mancando di chiarezza e determinazione. Camminarono comunque verso l'atrio, passarono davanti ad alcuni uomini che portavano scritto sul berretto, a lettere d'oro o d'argento, il nome di alberghi quasi ignoti. Offrirono, con aria di professionale ruffianeria, camere coi conforti, bench non fosse proprio il caso. Davanti c'era il chiarore nebbioso del vasto spazio sopra la fondamenta e il canale. Le campane avevano smesso di suonare, e la citt era di nuovo assopita negli attutiti rumori. Lui, alquanto miseramente, si sforzava di mantenere l'apparenza del genio sia pure sfortunato: da quel primo scambio di battute non era uscito vittorioso. Ma lei non poteva avvantaggiarsene, per stanchezza, o perch troppo impegnata nel mascherare la soverchiante paura.
Mi dispiace, non hai trovato una bella giornata egli dice mentre escono sull'alto della scalinata, con davanti il canalgrande, andirivieni di barche, motoscafi, vaporetti. La gente doveva pur nutrirsi, e prosperare, e seppellirsi. D'altra parte egli soggiunge siamo quasi in inverno, ormai il tempo  cos. A Milano com'era?
Lei alza le spalle, a sottolineare la vacuit di quel parlare. Lui per non si arrende.
A Milano magari ci sar il sole, bella citt Milano, dice ancora con penoso sarcasmo, prima di tacersene.
Scesero la scalinata, percorsero di sbieco la fondamenta verso l'imbarcadero, tutti e due guardando i colombi che solo all'ultimo momento, protervamente, si scostavano dai loro passi. Ormai, di colombi, ce n'era dappertutto, non solo in piazza. Immagin una Venezia bellissima, con l'acqua al livello dei primi piani, tetti e cornicioni gremiti di colombi scheletrici, e gabbiani, e anche corvi stremati, niente pi uomini. A pensarci bene, non era bellissima.
Entrarono nell'imbarcadero ad aspettare il motoscafo della linea celere verso l'Accademia. C'erano poche altre persone, del tutto prive di significato. Del resto, per lui sarebbe stato difficile trovare significati in altre persone, se non in lei, forse, che s'era messa a guardare il traffico sul canalgrande, ma certo non pensava al traffico.
L'imbarcadero galleggiante dondolava al passaggio d'ogni barca o vaporetto, e lui sentiva un'insolita nausea, che tuttavia non si poteva far risalire al male, non necessariamente. Forse era per la tensione con cui l'aveva aspettata e poi vista mentre gli veniva verso, o per il miserabile avvio del dialogo, o per l'inutilit degli accadimenti, tutte cose che vanno a ripercuotersi nella pancia e nello stomaco, donde la nausea, presumibilmente.
A Venezia,  molto che non vieni? le domanda.
Lei in qualche modo decide che le conviene rispondere, ma lo fa col tono di voce pi lontano, senza guardarlo.
Ci sar venuta tre o quattro volte, da allora.
E non mi hai neanche informato, nemmeno una cartolina, o una telefonata.
Perch avrei dovuto informarti? lei replica con esausta amarezza. Ma subito si riprende, e aggiunge con aggressivo rancore: E poi non  vero. Una volta t'ho scritto che sarei venuta. Avrei voluto parlarti, ne avevo bisogno. Non m'hai risposto.
Sul serio? egli ribatte, svagato. Pu darsi. Se lo dici tu, pu darsi.
Non pu darsi essa insiste, puntigliosa.  cos.
Sicuro. Se lo dici tu.
L'ha detto con ancora un residuo di provocazione, ma lei lascia perdere, e del resto il motoscafo stava arrivando. Salirono, non c'era molta gente, posto se ne trovava ovunque. Ma lei volle star fuori, in piedi, la schiena appoggiata alla cabina di pilotaggio. Le si sarebbero deplorevolmente appesantiti quei suoi capelli freschi di parrucchiere.
Ti si appesantiranno i capelli egli dice.
Lei nemmeno alz le spalle.
Il motoscafo si mosse e dopo breve tragitto si ferm all'imbarcadero di piazzale Roma. L una frotta di gente di campagna, certo un intero pullman proveniente da qualche paese vicino, sal vociando e spingendosi. Lei li ignor del tutto, il suo sguardo indifferente fisso sulla fondamenta oltre il rio. Lui, il genio tanto scarsamente realizzato, mostra invece una giusta insofferenza per la volgarit. Se Venezia deve stare a galla per questo, pensa, che sprofondi pure. E anche questo suo sentimento iroso, e senz'altro poco nobile, gli finisce nello stomaco, e la nausea continua. Il male non c'entra niente, con un disagio del genere.
Il motoscafo riprese la sua corsa, pass sotto i ponti verso il rionovo. Lui la guarda, ora, con attenzione e sensibilit per la sua bellezza e condizione, e pu darsi che si adatti a fare a meno di un'ironia che d'altronde non gli  stata molto vantaggiosa.
 un quarto d'ora che stiamo insieme le dice. Non mi hai ancora guardato.
Alla stazione t'ho guardato essa risponde senza impegno.
Oh, non  guardare, quello. Cercavi di capire, tutto qui. Speravi di trovarmelo scritto in faccia, il motivo per cui t'ho fatto venire a Venezia.
Perch m'hai fatto venire?
Il tuo avvocato che ne pensa?
Essa reagisce con vivacit, mettendogli lo sguardo addosso:
Il mio avvocato?.
Glielo si legge negli occhi, nell'espressione smarrita, che ha consultato il suo avvocato, prima di muoversi. Ma ci, a lui, importa poco.
Finalmente mi guardi dice. Come mi trovi?
Lei stringe la bocca, tra timore e disprezzo.
Se  per Giorgio che m'hai fatto venire...
Lui sorride appena percettibilmente.
Che c'entra Giorgio? Ti ho chiesto come mi trovi...
Lei continua a guardarlo inquisitiva, la sua paura ormai pietosamente scoperta. E lui insiste, con enfasi, a sfida:
Non mi leggi in viso i segni del destino? La gloria, ad esempio. O anche la morte. Tanto, l'una vale l'altra, almeno per chi crepa.
Si manifestava istrione, senza pudore, con una sorta di masochistica esaltazione per il proprio fallimento, o per chiss mai quale altra cosa parimenti degradante. E in lei il disprezzo scavalca la paura.
Non sei cambiato in niente, tu. N dentro, n fuori.
Tu invece sei cambiata, di fuori, almeno.
Solleva una mano a sfiorarle con la punta delle dita l'angolo dell'occhio. Questo , nonostante tutto, un gesto d'amore, ma disperso, per cos dire, e magari anche disperato.
Hai delle piccole rughe qui, che prima non avevi. Ti stanno benissimo. Sei bella. Lo sai che sei pi bella di allora? Chi l'avrebbe mai immaginato...
Lei s'era perduta per un istante, occhi incantati e bocca socchiusa con accettazione. Ma poi s'irrigidisce, e allora lui conclude con cattiveria:
Si vede che i soldi fanno bene.
Lei torna a guardare basso, l'acqua del rionovo che il motoscafo sommuove e si lascia indietro. Lui non sa sopportare il suo silenzio lontano, riprende a provocarla, aggrappandosi al suo punto pi debole.
Allora dicevi, di Giorgio?
Non dicevo nulla.
Penso che dovresti dirmene qualcosa. In fin dei conti...
A testa bassa, lei risponde con sforzo:
Va a scuola, come tutti i bambini.
Una scuola di preti, immagino. Preti di lusso, quelli che allevano i futuri padroni.
Scuola pubblica.
Ah, benissimo. Approvo in pieno. Io sono sempre stato favorevole alla scuola pubblica. La scuola privata  un anacronistico privilegio. E che classe fa? La seconda, no?
La prima.
Giusto, non ha neanche undici anni, adesso che ci penso. Li compie tra un mese, il dodici di dicembre.
Li ha compiuti il nove settembre.
Dici sul serio? egli esclama. I numeri non sono mai riuscito a farmeli entrare in testa. E poi, come padre, sono sempre stato balordo. Non trovi che sono sempre stato balordo?
Lei tace, con un'espressione di sufficienza, e lo disprezza, nel suo silenzio. E lui, bench provi un doloroso bisogno di non comportarsi come si sta comportando, insiste a chiedere:
E l'altro tuo figlio, quanti anni ha?.
L'altra.  una bambina. Ha quattro anni. Risponde cos, senza guardarlo, col minimo di parole. E lui se ne rattrista, ma ancora insiste.
Caspita, passa il tempo. E come si chiama?
Silvia.
Di cognome, voglio dire. Porta il cognome del suo padre naturale, o il mio? Sarebbe divertente, se portasse il mio.
 legalmente figlia di suo padre e di sua madre. Sono andata a partorire in Inghilterra. L si pu fare.
Perdio, cosa non si pu fare coi soldi egli dice, ritrovando, non si sa per quanto precariamente, lo smarrito tono d'ironia. Del resto, era la soluzione migliore. Migliore per la bambina, almeno. Si trova ad avere un padre miliardario.
 suo padre lei dice, calcando quasi rabbiosamente sul verbo.
Chi dice di no? lui ribatte con la sua ambigua remissivit. E poi, che, razza di discorsi. Ormai c' il divorzio anche da noi.
Noi non rientriamo nei casi di divorzio: non siamo nemmeno separati.
Ma che ? Colpa mia?
Non hai mai mostrato il minimo senso di comprensione, di collaborazione. Potrei anche dire di responsabilit.
Lui ha uno scatto rabbioso.
Perch avrei dovuto collaborare? Del resto, se l'avessi veramente voluto, la separazione avresti potuto ottenerla anche senza la mia collaborazione.
Una separazione per colpa mia essa commenta amaramente. Come darti in mano l'arma per ricattarmi. E poi, io puntavo sull'annullamento.
Certo egli fa con sarcasmo. L'annullamento viene da Nostra Santa Madre Chiesa, taglia l'inconveniente alle radici. Noi due, come se non ci fossimo mai visti. Il figlio, opera dello Spirito Santo...
Lei alza il viso e lo guarda, pacatamente.
Non recitare.
E chi recita? Non vorrai mica negare che la Madre Chiesa ve la siete fatta a vostra misura, voi ricchi.
 per dirmi questo che m'hai fatto venire a Venezia?
Questa volta  lui a rispondere stringendosi nelle spalle. E lei si ostina:
Perch non ti presentasti alla Sacra Rota quando ti convocarono? Avremmo potuto ottenere l'annullamento in tre o quattro anni.
Anche prima, se  per questo. Voi dovete essere abbastanza ammanicati coi preti.
Lei ormai  stizzita e per quanto s'accorga che sta facendo il gioco di lui, torna a chiedere, aggressiva:
Allora, si pu sapere perch non ti presentasti quando ti chiamarono alla Sacra Rota?.
Stranamente, ora che ha fatto di tutto per irritarla, sembra che a lui non gliene importi pi nulla. Finisce per dire, con dolore si direbbe, certamente con remissivit:
Perch sono un cialtrone. Non ti basta? Sono un cialtrone.
Lei  sicura che non mente, ma diffida, non vede che cosa ci possa essere al di l di quell'ammissione apparentemente tanto disarmata. Certo, frustrazioni ne deve aver conosciute, e non  soltanto per il suo abbigliamento che lo si pu pensare, non ha mai badato molto al vestire, ma per una certa aria di desolazione che viene dai lineamenti del volto e degli occhi, e anche dalle parole, specie quando sono ironiche o rabbiose. Comunque, la compassione  un sentimento pericoloso, con lui. Torna a guardare l'acqua del rio, che il motoscafo sommuove e si lascia indietro.
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[Paragrafo] 4.
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Il motoscafo sorpass l'incrocio col rio di Malcanton e prosegu, sempre a velocit ridotta. E lui la studiava, ora, non senza abbandono, lei a testa bassa, cos bella, cos sicuramente non sua. Fare il conto delle colpe, comunque, non serviva a nulla. Non sarebbe servito a nulla nemmeno se le circostanze fossero state diverse, cio se vi fossero state speranze, non importava quanto improbabili. Ma era possibile che la amasse? O tutto dipendeva dalla semplice circostanza del disperato bisogno di lei? Ed ecco che le dice: Perch non alzi la testa? Stiamo passando sotto il ponte di Ca' Foscari.
Lei non alza la testa, ma dice: Lo so.
Allora lui, pur sentendosi irrimediabilmente ridicolo, si lascia andare.
Avevi diciannove anni e facevi il secondo anno di inglese. Eri avanti di due anni, un mostro di bravura. E contestavi, naturalmente, ancor prima che venisse la contestazione. Dovevamo decidere una manifestazione contro l'imperialismo americano. Tu stavi con la rappresentanza di Ca' Foscari, io con quella del Benedetto Marcello. Alle dieci del mattino eravamo tutti e due ferventi di sdegno e furore contro gli Stati Uniti d'America. Alle quattro del pomeriggio stavamo gi a letto insieme, in quella camera gelata, in fondamenta della Verona. Ti ricordi la mia camera in fondamenta della Verona?
Certo, che si ricorda. Come si potrebbe dimenticare una camera in cui si va a letto con un uomo, quando  la prima volta che si va a letto con un uomo. Ed  bene rammentarlo, a lui, che era la prima volta. Sembra che tragga un po' troppo vantaggio dalla circostanza che lei non aveva impiegato che sei ore per decidere d'infilarglisi nel letto.
Era la prima volta dice puntigliosa. La prima volta che andavo con un uomo.
E l'uomo era sbagliato egli conclude con sorprendente sconforto. Succede sempre cos.
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[Paragrafo] 5.
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Il motoscafo era uscito dal rionovo sul canalgrande e aveva subito aumentato la velocit, facendo la curva verso San Marco. Gli splendidi palazzi sprofondavano pi presto d'ogni altra cosa, con le loro pesanti facciate di marmo. E v'era un principio di giustizia in ci, ammettendo la verit d'un legame tra ricchezza e decadenza, sebbene poi, nuovi ricchi succedendo agli antichi ed esausti, si rinveniva un residuo di potenza sufficiente a mantenere in piedi le facciate e splendide le dimore. Lui non riusciva a pensare a ci senza rancore, e inoltre, nelle acque pi mosse del canale, la nausea l'aveva ripreso pi forte.
Si affianc a lei, tutti e due guardando basso. Ma lui non rimane a lungo a testa bassa, torna a guardare lei, con un bisogno di lei quasi supplichevole, e invece lei s a testa ostinatamente bassa, remota nella paura d'essere toccata nella sua vita senza di lui. E lui non ce la fa a lasciarla tanto remota.
Ti piace sempre? le domanda.
Cosa?
Venezia.  bella, no? Anche con un tempo come questo, bella da morire. Non sei d'accordo?
Che importanza ha?
Ma non torneresti a viverci? Tu in fondo sei nata qui, come me.
Era un parlare vago, di uno che cerca soprattutto di non sentirsi solo, ma lei aveva egualmente paura.
Che vuoi dire? domanda, allarmata e tesa.
Che dovrei dire di pi di quel che dico? Niente.
Niente non  una risposta. Perch m'hai telefonato di venire? Dopo otto anni.
Cos.
Lei ha un nuovo gesto di dispetto.
Non puoi rispondere sempre allo stesso modo. Che significa, cos?
Ma lui non dice nulla, sembra determinato a provocarla, col gusto di ferire e di soffrire. Si guardano ora, con durezza, misurando le loro forze.  lei la pi debole, al momento. Distoglie gli occhi.
Mi fai paura dice.
E lui, riconoscendola debole, subito aumenta d'aggressivit. 
E sei venuta soltanto per paura?
Ti sembra di non avermi fatto soffrire abbastanza?
Sull'averla fatta soffrire abbastanza, lui pu anche essere d'accordo. Non era stato facile vivere insieme, una continua lotta, molto distruttiva per entrambi, ma a quanto pareva inevitabile.
Non sempre ti facevo soffrire di proposito egli dice. Qualche volta era come una forza al di fuori di me, che mi spingeva a fare, a dire cose che non volevo. Forse ero gi toccato. Toccato in testa, egli voleva dire, e davvero s'era toccato la testa, mentre lo diceva, ma lei guardava altrove. Non sono mai stato a posto col cervello, vero? Perch non rispondi? Te lo chiedo.
L'ultima cosa l'aveva chiesta con umilt, quasi con ansia, senza pi ombra d'arroganza. E lei risponde, umanamente:
Forse non eri del tutto colpevole del male che facevi. Ma era male, comunque, e io ne soffrivo. Avevo pur il diritto di difendermi dalla sofferenza, no? Quando chi ti fa soffrire  uno che ami, l'unica possibilit di difesa  amarlo di meno, se ci riesci.
E tu ci sei riuscita?
Col tempo. Col tempo si fa tutto. Ma prima di arrivarci... Davvero, ho sofferto abbastanza.
E io no? Pensi che non mi facevi soffrire, tu, col tuo perbenismo e moralismo e perfezionismo? Con la tua incrollabile, illimitata saggezza? E almeno fossi stata saggia. Ha un gesto di rancore, dal significato senz'altro risolutivo. Cristo, brontola sono passati otto anni. Otto anni, e tu stai sempre l, fissa al male che posso averti fatto allora.
Oh, anche dopo me n'hai fatto.
Non potremmo smetterla di rinfacciarci il passato? E poi, ti pare che il nostro passato sia fatto soltanto di male, che non ci sia nulla da ricordare senza rancore?
Lei alza le spalle, ecco la sua risposta a tutto quel parlare futile. Lui non ha ancora detto nulla che possa avvicinarsi alla sincerit e all'onest, virt che evidentemente continuano ad essergli sconosciute. Ed egli dice, con sconforto:
Siamo a San Samuele. Se vuoi, scendi qui e torni alla stazione. Hai un rapido alle 14,36. Alle 17,10 sei a Milano.
Il motoscafo attracca a San Samuele e lei non accenna a muoversi.
Ho il posto prenotato sul rapido delle 20,38. Mi basta essere a casa prima di mezzanotte.
A casa? fa lui rabbiosamente.
Non dovrei dire a casa? ribatte lei ancor pi rabbiosamente. Secondo te, come dovrei dire? Dovrei forse sentirmi una spostata, una mantenuta?
Lui aveva fatto la domanda d'impulso, irritato casomai dal fatto della prenotazione, e programmazione, escludendo naturalmente lui e ogni accadimento che potesse farle cambiare e treno e ora. Ma dato che lei lo ha come costretto a pensare a quella sua situazione per cos dire familiare che deve non poco infastidirla, conviene approfittarne.
Lui lo sa che sei venuta da me? domanda.
Sicuro che lo sa. Il nostro  un rapporto leale, ci diciamo tutto. La vera cosa che mi ha fatto rompere con te,  che non posso sopportare le menzogne.
E non ha avuto nulla da obiettare? Non ha cercato di mandare l'avvocato al posto tuo?
Lei medita sulla risposta, sapendo di esporsi. D'altra parte, dopo aver fatto un cos splendido elogio della lealt, sarebbe perlomeno stravagante ricorrere alle bugie. Dice:
Voleva venire lui al posto mio.
Lui, infatti, si mette a ridere, non senza scherno, sebbene anche un po' amaramente.
Oh, no! esclama. Il Cavaliere del Lavoro, uno dei primi dieci contribuenti della citt di Milano, si scomoda per venire a parlare con me, che magari mi trovo tra gli ultimi dieci contribuenti della citt di Venezia. Ci pensa un poco, si direbbe divertendocisi. Ma poi sbotta, con scoperto rancore: Quanto mi avrebbe offerto, di'? Cinquanta, cento milioni? Mille milioni? Pensa, mille milioni sono giusto un miliardo. E mentre io non riesco nemmeno ad immaginarlo, un miliardo, lui capita qui e mi dice: "Signore, un miliardo se lei lascia in pace mia moglie". E io: "Ma la moglie  mia". E lui: "No,  mia". E cos avanti per un bel pezzo. Opera buffa.
Non ridere di lui, ti prego fa lei tristemente. Mi ha aiutata molto. Mi vuole bene.
E lui le grida addosso:
E anche tu gli vuoi bene, vero? Ha la bellezza dei miliardi, lui.
La gente, la gente volgare che affolla il motoscafo, ha fatto un po' di largo intorno a loro, per godersi la scena.
Non gridare dice lei rabbiosa. Tutti ci guardano.
Io me ne fotto di tutti grida ancora pi forte il genio sfortunato. Allora rispondi: lo ami, il tuo giovane bello? Sei innamorata di lui?
Abbiamo una figlia insieme fa lei sommessamente.
Lui perde la voglia di gridare. Certo che non lo ama. Come potrebbe amare, lei, un uomo simile. Sta con lui per onesta convenienza, diciamo, e pu anche essere che la figlia sia nata per una convenienza altrettanto onesta. Lei ha il dono di rendere onesto tutto ci che fa, ma lui non si sente pi d'aggredirla, per questo, visto che l'onest non le risparmia certo giuste dosi di umiliazione e sofferenza.
Gi, avete una figlia dice remissivamente. E Giorgio. Anche Giorgio lo avete voi. Poi, come preoccupato che possa trapelare tenerezza dalle sue parole, aggiunge: Scommetto che Giorgio lo chiama pap.  cos?.
Lei risponde a denti stretti, timorosa:
 cos. Ma Giorgio sa che suo padre  un altro.
Anche questa frase si presterebbe a non pochi sfruttamenti ironici ed umoristici. Ma lui alza le spalle, sembra preferire il cinismo.
Per quel che conta dice. Del resto, anche come padre, quel tizio sar sicuramente meglio di me.
Poi, accorgendosi all'improvviso che il motoscafo  gi attraccato all'Accademia, e che i viaggiatori che dovevano scendere sono gi scesi, mentre stanno per salire quelli che devono partire, l'afferra d'impulso per la mano e la trascina via.
Vieni. Siamo arrivati. .
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[Paragrafo] 6.
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S'erano fermati in mezzo alla fondamenta dell'Accademia, ancora tenendosi per mano, cosa che non era pi affatto necessaria, e quindi chiss mai anche quanto poco opportuna. Non erano sufficientemente limpidi da poter rischiare dei gesti semplici, e comunque che lei continuasse a lasciargli la sua mano da tenere non provava nulla, dal momento che il viso era sempre occupato da diffidenza e timore.  lui, alla fine, che le lascia la mano libera.
Dove vuoi che andiamo? le chiede.
Ed , oltretutto, una domanda stupida, poich era stato lui a dire ch'erano arrivati, e anzi l'aveva presa per mano per farla scendere pi in fretta.
 la seconda volta che me lo chiedi osserva lei pacatamente.
E vorrebbe anche dirgli che gli manca il senso delle cose, e che  un debole, in fondo, lo  sempre stato, e non sarebbe neanche giusto temerlo tanto, senonch non  detto che i deboli siano meno capaci degli altri di far del male.
Perch m'hai fatto venire a Venezia? gli domanda.
Anche tu  la seconda volta che me lo chiedi.
Prima non m'hai risposto.
Lui la guarda, studiandola.  chiaro che gli stanno passando per la mente diverse possibili risposte. Finisce per scegliere la pi spavalda e sorprendente:
Potrei anche avere voglia di far l'amore con te.
Lei rimane sorpresa, infatti, ci vuole un attimo prima che arrivi a pensare che forse si tratta soltanto di provocazione e quindi  pi che mai necessario difendersi, e in quell'attimo in cui non si difende rimane pavidamente scoperta sicch chiunque pu vedere che su di lei una frase del genere provoca cedimenti o quantomeno vacillamenti pericolosi. Poi, quando pensa che sarebbe bene difendersi,  ormai troppo tardi, perch lui ha approfittato del suo momentaneo cedimento, ha alzato una mano a toccarle i capelli, a scostarglieli dalla tempia affinch assumano una foggia diversa, e naturalmente lei sa che cosa ci significhi. E lui dice:
Allora i capelli li portavi cos, e le orecchie le tenevi scoperte. La prima volta che ti vidi.
Ora il proposito di seduzione si  fatto fin troppo palese, ma non per questo ha acquistato credibilit, anzi. C' qualcosa nell'espressione del viso di lui che contrasta con le parole e coi gesti. E a guardarlo dentro gli occhi, come lei fa ora con fermezza, fino a scoprirvi un segreto smarrimento, la cosa  ancor pi chiara.
Tu non hai voglia di far l'amore con me dice.
Come lo sai?
Te lo leggo negli occhi.
Lui stacca la mano dai suoi capelli, un po' troppo precipitosamente, e addirittura irrigidendosi. L'eventualit che lei possa davvero leggergli qualcosa negli occhi sembra dargli una specie di panico. Ma si controlla subito.
Tu hai sempre preteso di leggermi dentro, e non hai mai indovinato niente.
Forse c' un invito alla polemica in questa frase che vagamente rimanda al passato, per lei, in questo momento, non vuole n polemica n passato. Per quanto rischioso, il presente deve affrontarlo.
Ma tu non hai voglia di far l'amore insiste.
Lui reagisce con rabbia, e non pu essere soltanto perch lei gli ha scoperto una sorta di debolezza, o impotenza pi propriamente. Non sono mai stati problemi suoi, e il disagio sicuramente  altrove.
Invece s afferma risoluto. Ne ho voglia. Andiamo.
Lei lo guarda, attenta a scoprire che cosa ci sia al di l della provocazione, e tuttavia tentata di credergli e cedergli, e insieme scontenta della propria tentazione di andare a far l'amore con lui.
No risponde.
Non hai neanche curiosit di vedere dove vivo?
Non abiti pi a San Trovaso?
Ora la conversazione sta prendendo un andamento pi disteso, ognuno probabilmente contento della rinuncia a qualcosa che forse era soltanto una sfida.
S, ma ho cambiato tutto, dentro. Ho fatto un grande studio, uno stanzone. E adesso c' un disordine che non puoi immaginare, perch stiamo registrando un concerto. Cos, un po' arrangiandoci, si capisce. Non vuoi venire?
L'invito  sincero, lei potrebbe anche andare, nello studio tutto cambiato, e non per farci quell'amore di cui non si scopre grande necessit, in nessuno dei due.
E con quelli di sotto litighi sempre?
Quelli di sotto?
Ma s, l'avvocato. Come si chiamava. Voleva farti causa per via dell'oboe.
Ah, l'avvocato Sandri.  morto, saranno quattro anni. E la vedova ha affittato a due americani, che fanno pi baccano di me. Lui dipinge. Lei non so. Il ballerino, credo.
Come, il ballerino?
S, il fidanzato, per cos dire. Sono due checche...
Ridono tutti e due, senza malizia, ma lui certo non dimentico della propria corretta e consistente virilit, di cui era tanto orgoglioso, e di cui peraltro, dentro di s, non dev'essere presentemente tanto sicuro, o qualcos'altro, perch viene anche il sospetto che, di ci, non gliene importi molto, nonostante l'et ancora giovane e l'impegno di mostrarsi aggressivo.
E tu? Vivi solo? lei chiede.
Dovrei avere anch'io un fidanzatino?
Potresti avere una fidanzatina.
Ancora ridono, ed ecco, cos va bene, un dialogo facile e scorrevole, senza tensioni. Un rapporto nuovo, in fondo, e rassicurante, nella sua provvisoriet. Ma  provvisoriet, e non possono certo inoltrarsi su di una via tanto pacifica, e in fondo insignificante, tenendo conto dei problemi che si portano dentro. Non  il caso di far venire a Venezia da Milano una moglie abbandonata da otto anni, per questo.
Non sono nato per vivere in due egli ribatte. E tu dovresti saperlo ancor meglio di me.
Oh, se lo so. M'hai messo pi corna tu...
Non tante quanto credi.
Tante, ad ogni modo.
Nemmeno questo  il punto, per nessuno dei due, ormai. Non si pu montare un litigio su delle corna vecchie di dieci o anche pi anni. E neppure il litigio ha un senso, almeno finch non si scopre la vera ragione di quell'incontro. Ma lui non ci pensa affatto a rivelarla, a mettere le sue carte in tavola.
Forse abbiamo sbagliato tutto dice in tono sufficientemente melodrammatico. O forse  il matrimonio in s che  cosa sbagliata, l'istituzione. Io al referendum per il divorzio ho votato contro. E sai perch? Perch non accetto compromessi, io. Dovrebbero proibire i matrimoni, altro che divorzio!
Si ferma, avvilito dalla percezione del proprio istrionismo, e del resto non  vero che ha votato contro. Per gli sembra assolutamente fuori luogo mettersi a spiegare il motivo per cui ha votato a favore, l'alto concetto d'una libert in pi per coloro che vivono in un determinato consesso sociale, anche perch proprio ora, e assolutamente a sproposito, lo sfiora l'idea che  del tutto idiota lottare per la libert d'un'infinit di gente che della libert non sente affatto il bisogno. Non  che si trovi in un momento di grande fratellanza per i simili e di sensibilit per la civile convivenza.
Tu che ne pensi? chiede.
Lei, apparentemente, non ne pensa nulla, e lui insiste, irritato:
Stai l ad ascoltare senza dir nulla. Avrai qualche idea, no?.
Lei continua a non avere idee in proposito, l'istituzione matrimoniale in s non la turba profondamente, il problema nel quale si trova affondata prescinde ormai dai princpi di base, va risolto sul piano pratico, magari con ragionevoli patteggiamenti, ed  per questo che  venuta a Venezia, senonch lui non ha ancora detto perch l'ha fatta venire.
Ci sono tanti matrimoni che vanno bene anche oggi essa dice interlocutoriamente, cio tanto per dire qualcosa, con speranza per che il discorso cada da solo.
Ma  lui che ha bisogno di polemizzare, a quanto sembra.
Il nostro, comunque, non  andato bene dice. E se vuoi pensare che  stato per colpa mia, pensalo pure. Per quel che me ne importa...
Cos ha trovato finalmente una via per provocarla. Infatti lei ribatte, aggressivamente:
Perch, secondo te, la colpa sarebbe stata mia? Io non ti ho mai tradito, finch siamo stati insieme.
Oh fa lui come in trionfo, tornando al tono assolutamente melodrammatico. Ragioni sempre cos: tu hai tradito, io non ho tradito. Come se mettere le corna fosse l'unico modo di far del male. Ce ne sono centomila altri, di modi, e tu li hai messi in pratica tutti.
Cos va meglio, la disputa artefatta va assumendo una parvenza di genuinit, alla quale lei aderisce come se fosse genuinit.
E tu no? ribatte. Tu no?
S, anch'io.
E in pi mi hai tradita.
Dio, sei di nuovo gretta, piccina, sembriamo ancora marito e moglie. E poi, con una partecipazione che forse  sincera: Io non avrei mai potuto tradirti veramente neppure andando con cento donne. Eri tu la donna, sempre. Le altre servivano soltanto a confermare che eri tu.
Comodo.
Il nostro amore  stato una lunga guerra di sopraffazione egli dice col tono di chi ha precedentemente meditato per trovare una forma definita alle cose che ora sta dicendo. Ognuno dei due era teso a possedere l'altro, possederlo tutto, fino alla distruzione. Ci saremmo uccisi, se ad un certo momento non te ne fossi andata.
Se non mi avessi costretta ad andarmene puntualizza lei caparbiamente, sebbene avverta che al momento non gliene importa nulla d'una simile puntualizzazione, per in qualche modo deve ben porre argine ai sentimenti cui la stanno inducendo le parole di lui, per quanto artificiose possano sembrare.
Lui alza le spalle:  evidente che della puntualizzazione gliene importa ancor meno che a lei. Ma chiede, improvviso, sicuro di sorprendere:
E a lui, lo dirai?.
Cosa?
Che abbiamo fatto l'amore.
Lei medita un istante. A lui pu anche concedere di sorprenderla, con le sue battute ad effetto, ma non di confonderla, sarebbe confusione imprudente dal momento che lei, nonostante tutto, la voglia di far l'amore con lui se la sente.
Non l'abbiamo ancora fatto dice con puntigliosa fermezza. E poi: E non  detto che lo faremo.
 soddisfatta, si pu dire anche orgogliosa d'essere stata perfino un po' ironica, una volta tanto, ma ancora s'avvede d'avere sbagliato, lo sta assecondando in un oscuro gioco di male, nel senso che tanto s'industria a parlarle d'amore, fino a fargliene nascere voglia, mentre lui rimane fuori, voglia non ne ha per niente.
Se  cos, dice infatti con fin troppo pronta remissivit prendiamo un'altra strada. Andiamo a prendere un caff a campo Santo Stefano, vuoi?
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La giornata si manteneva eguale, ma la marea aveva cominciato a calare, portandosi ininterrotte processioni di rifiuti, la maggior parte dei quali sarebbe tornata indietro col prossimo crescere delle acque, senza raggiungere il mare. Fino a quando sarebbe durato? Per il momento la citt manteneva nel canalgrande la sua splendida esibizione di vita, ma la morte stava a sonnecchiare in qualsiasi rio confinante, ceneri ostruivano canali di morta laguna, ratti pazientemente si moltiplicavano, lui lo sapeva.
Scesero dal ponte di legno dell'Accademia e andando verso Santo Stefano passarono in prossimit del conservatorio Benedetto Marcello, nessuno dei due avendo voglia di riandare al passato, quando lui studiava l dentro, e lei studiava in un altro istituto non lontano dall'altra parte del canalgrande, e si erano subito innamorati. Nel vasto campo di Santo Stefano, i veneziani andavano sugli itinerari consueti, verso San Marco, o Rialto, o l'Accademia, affrettandosi per il pasto di mezzogiorno. I due caff, messi quasi di fronte, avevano molti tavolini deserti disposti all'aperto, aspettando una primavera che al momento sembrava improbabile. Intanto, nel silenzio cos povero di confidenza, le loro anime parevano essersi allontanate.
Dove vuoi che ci mettiamo? egli dice. Qui o l?
Fa lo stesso lei risponde, ed effettivamente faceva lo stesso, non essendoci sole a determinare una scelta, e parlarne non faceva che rendere evidente l'inutilit del parlare.
Cos non parlarono pi, si sedettero ad uno dei tanti tavolini preso a caso, tutti e due guardando con evasiva disattenzione il flusso di gente che andava o veniva da Rialto. Al cameriere che ad un certo momento venne a prendere l'ordinazione, chiesero due caff, e lui anche un bicchiere d'acqua.
Qualunque fosse lo scopo per cui l'aveva fatta venire a Venezia, lui mostrava un po' di stanchezza, o altro, e lei ora sembrava attendere con sopportazione. In fin dei conti, se per qualcosa l'aveva fatta venire, l'avrebbe pur detto, prima o dopo, lei era stata abbastanza istruita dal suo avvocato a non commettere errori. Aveva avuto risentimento e asprezze e perfino un'ombra di voglia di far l'amore, pi che altro per farsi male, ma adesso tutto sembrava assopito.
Il cameriere port due caff, e due bicchieri d'acqua. Egli estrasse una bottiglietta, ne prese quattro o cinque pillole, e le inger aiutandosi con l'acqua. Lo fece con goffa disinvoltura, come se fosse del tutto in regola che uno a mezzogiorno buttasse gi quattro o cinque pillole, ma forse era un semplice e grossolano modo d'attirare la sollecitudine di lei. Ne conosceva la complicata tendenza alla compassione, la volont di potenza, e di possesso, che metteva in ogni soccorso. Non era mai stato facile con lei.
Cos'era? essa domand riferendosi alle pillole.
Niente, un po' di mal di testa.
Ma ne avrai prese quattro o cinque, di quelle pastiglie.
Lui ha un gesto di noncuranza.
In questi ultimi tempi, ho sempre un po' di mal di testa.
E non ti fai vedere?
I medici. Pi ne stai lontano e meglio .
Lei non sa se spingere oltre la propria sollecitudine, tra l'altro non  neanche ben certa se stia fingendo o no. Potevano anche essere bicarbonato quelle pastiglie ingoiate con l'accorta preoccupazione che lei se ne accorgesse. Dice, vagamente:
Vuoi che andiamo dentro? Tutto quest'umido certo non pu farti bene.
E lui altrettanto vagamente risponde:
Dentro o fuori fa lo stesso. Anzi, meglio fuori. Il caldo non lo sopporto.
Ora bevono il caff, distratti, forse perfino annoiati, all'apparenza. Finita ogni tensione, quieto vagare degli occhi su sconosciuti passanti, niente pi assillo di sapere perch, come due amici che s'incontrino con un passato fin che si vuole violento, ma ormai assorbito, attutito in contorni nebbiosi. E col lavoro come va? essa chiede.
 una domanda qualunque, posta con convenzionale gentilezza, ma a lui non piace molto. Potrebbe nascondere insidie, magari un riferimento al genio fallito.
Suono l'oboe, no? risponde.  sempre il mio mestiere, oboista alla Fenice. Stipendio, assicurazione, assistenza malattie, perfino la pensione, se uno non crepa prima. Che vuoi farci? Devo guadagnarmi da vivere, io. Non ho vecchie miliardarie che mi mantengano.
Ecco che  venuto fuori il risentimento del tutto a freddo, senza che lei facesse niente per provocarlo.  dentro di lui, dunque, ci si pu pensare, potrebbe anche essere una strada per capirlo. Ma lui cambia subito tono, si fa colpevole, in cerca di compassione.
Mi odi, vero? Dimmelo pure, tanto si vede benissimo.
Lei non lo nega, e dice pacatamente:
Sei tu che ti fai odiare.
Lui si stringe nelle spalle. Naturalmente, sta al disopra dei sentimenti.
L'odio, l'amore, tutto un gran casino dice. E cita: "Anche l'odio, anche l'amore - l'uomo non sa..." Conosci l'Ecclesiaste?. E siccome lei fa cenno di no, continua: Neanch'io lo conoscevo. Poi, non molto tempo fa, in una libreria m' capitato tra le mani. Un piccolo volume, il libro pi corto della Bibbia, credo, in una traduzione di Ceronetti.  diventato il mio libro. Un migliaio di versetti e c' tutto, tutto quel che occorre per fottersene di tutto. Col giusto grado di commozione, o di autocompassione, se preferisci.
Ormai  lanciato, e torna a citare, non senza solennit:
"E nessuno pu niente - sul giorno della morte". E commenta, mutando tono: Sembra una stronzata qualsiasi, ma prova a pensarci. Ti commuovi, non c' che dire, ed  ci che importa, anche se alla fine t'accorgi che non  nemmeno vero. Qualcosa si pu, anche sul giorno della morte. Vuoi un altro caff?.
Lei fa cenno di no, restando coi propri pensieri. Evidentemente non l'ha molto seguito nelle sue riflessioni da strapazzo, ha il senso della realt, lei, e conseguentemente innata diffidenza per la retorica.
Prima parlavi d'una registrazione dice. Cos'?
Che registrazione?
Hai detto prima che c' disordine nel tuo studio, perch state registrando un concerto.
Dunque, in qualche modo sta attenta a ci ch'egli dice, sebbene non arrivi ad afferrare che cose marginali. Risponde con studiata noncuranza:
Ci sono dei ragazzi appena diplomati che hanno messo su un'orchestra da camera. Sono molto bravi, fanno tutto da soli.
E tu?
Io suono l'oboe con loro, quando occorre. E gli metto a disposizione lo studio, se vogliono registrare. L'abbiamo attrezzato come meglio si poteva. Attualmente stiamo registrando un concerto per oboe ed archi. Il primo tempo l'abbiamo gi fatto,  venuto abbastanza bene. Stiamo lavorando sul secondo.
Verr bene anche il secondo essa dice compiacentemente, ma anche con sincerit, dimentica d'ogni paura. Ma lui non sembra accettare che lei dimentichi la paura.
Tu sei sempre stata sicura di qualche cosa osserva ironico. E non ne hai mai imbroccata una, per quel che riguarda la mia fortuna.
Tu hai sempre sprecato il tuo talento. Ma ne hai molto, lo so.
Lei insisteva nel suo tono di misericordiosa generosit, e lui si irritava ancor di pi. Non ne aveva bisogno, non di quel genere almeno, e in ogni caso ci sarebbe stato da diffidarne, visto che perfino nella misericordia e nella generosit lei riusciva ad essere possessiva e distruttiva, era un modo d'accampare meriti per eventuali successi che comunque non sarebbero venuti, ma, fossero venuti, sarebbe stato onesto attribuire pi a lei che a lui.
Talento, dici? Sbagli. Genio  la parola giusta. Sono un genio. Ti ricordi quando sognavo di diventare un Toscanini, un Furtwaengler? Bene, circostanze avverse mi hanno limitato: sono semplicemente un von Karajan.
Si sta lacerando l'anima, naturalmente, ma la necessit di farsi del male per farle del male lo spinge oltre. Si alza, assume l'atteggiamento d'un direttore sul podio, la mano sollevata ad ottenere immobilit e silenzio.
Ecco, siamo alla Fenice... No, a pensarci bene della Fenice ne ho piene le palle. Siamo a Londra, alla Albert Hall. Un'orchestra di centoventi elementi, sospesi in attesa del mio cenno. Alle spalle, un pubblico meraviglioso, Elisabetta in prima fila. Elisabetta Seconda, si capisce. Ma io, invece di attaccare, mi volto e, in via del tutto eccezionale, pronuncio una breve allocuzione. Dico: "Maest, signore e signori, lo so che non  nelle consuetudini, ma permettetemi di dedicare l'esecuzione di questo concerto a colei che mi  sempre stata vicina, che mi ha sorretto con il suo amore, con la sua fede nel mio genio: mia moglie! Senza di lei sarei nulla".
Ha recitato come un buffone, di fronte a lei che evidentemente si vergogna di trovarsi in sua compagnia, e cerca di non vedere che qualche passante s' fermato a guardare cosa stia facendo quel matto, e il matto adesso fa un cenno all'orchestra e canticchia pa, pa, pa, la Quinta, il destino che bussa alla porta, un assurdo padrone che viene a chiedere conto di talenti lasciati sepolti. Smette subito, per fortuna. Torna a sedersi, esclamando ancora teatralmente:
Sono un cialtrone, un ridicolo cialtrone.
Lei rimane a lungo in silenzio, con la sua pena e la sua vergogna, in un disagio che crescendo finisce per diventare rimorso.
Alle volte mi vengono pensieri che mi fanno paura dice infine.
Che pensieri?
Che ti ho fatto solo del male. Che senza di me tu saresti davvero diventato un grande artista.
Lui riflette un attimo, tentato di consentire. La grandezza  sempre una tentazione, la grandezza latente e irrealizzata, naturalmente, ci che si sarebbe potuto fare coi talenti lasciati sepolti, e al momento della resa dei conti pu anche far comodo qualcuno al quale attribuire almeno parte della colpa, col quale dividere le immancabili frustrazioni. Ma non pu accettarlo.
Palle dice stizzito. Pensa alla moglie di Socrate. Non gli ha impedito di diventare Socrate. E poi, quanti anni sono che viviamo separati? Non sono andato avanti d'un passo. No, non c'era la stoffa, e nemmeno la voglia di lavorare. Non c' grandezza senza lavoro. Del resto, meglio cos.
Perch meglio cos?
Lui ha una leggera esitazione, pu anche darsi che si trovi sul limite d'una qualche verit o rivelazione, ma ancora sfugge.
Lo so io risponde. Ma questo concerto che sto incidendo deve venir bene. Deve.
Ha ripetuto con forza deve, e lei pronta lo guarda con fiducia e tenerezza,  bene che si parli di qualcosa che sar, che s'interrompa quel rancoroso riandare a ci che sarebbe potuto essere, esasperante e amaro per tutti e due. E sebbene non si tratti certo d'un incontro di speranza e di cose da portare avanti insieme, tuttavia ci si pu consolare che non ci sia pi paura, al momento, n odio, n inconsulta voglia di ferire e ferirsi. E non si rende ben conto, lei, di quanto sia facile, in un simile stato d'animo, ricadere in un amore dal quale, in un certo senso non importa quanto disperato, non  mai uscita. Gli tiene, infatti, gli occhi negli occhi. E lui le dice:
Mi stai togliendo di dosso un sacco d'anni.
E poi impulsivamente si alza e la prende per mano, costringendola ad alzarsi. Del resto, lei non fa resistenza alcuna. Si limita a domandare, mentre lui la conduce via:
Dove mi porti?.
Qui vicino, vedrai.
Tenendola per mano, a tratti quasi correndo, egli la condusse in campo Sant'Angelo, e glielo fece attraversare diagonalmente, verso una stretta calle d'angolo, che percorsero fino a sbucare nella calle degli Assassini, e l, subito a sinistra, prima del ponte, c'era la fondamenta della Verona. Lei ormai sapeva che l'avrebbe condotta l, a riprendere il viaggio attraverso ci ch'era stato, non ricerca di tempo perduto, di colpo si aveva l'impressione che non si fosse perduto nulla, che in nessuno dei due ci fosse stato progredire verso qualcosa di diverso. La fondamenta era angusta e breve, finiva quasi subito contro il portone d'un palazzo. Le altre case erano modeste, si capisce, e naturalmente anche le loro porte.
Egli si ferma alla terza porta.
 qui.
S.
Al primo piano. Una sola rampa di scale. Ma quando arrivavi avevi sempre il fiato corto.
Il cuore in gola lei dice. Ma ora s'avvede della facilit d'un ritorno nel quale s' gi fin troppo inoltrata, e non  cosa priva di rischio, dato che lui non ha ancora detto perch mai l'abbia fatta venire. Non capisco a quale gioco tu voglia giocare dice.
Lui la guarda sorpreso, si direbbe perfino sconcertato.
Gioco? Perch gioco? Non mi credi capace di sentimenti? Capita, qualche volta. E allunga la mano verso il pulsante del campanello.
Lei forse vorrebbe trattenerlo, ma non ne  sufficientemente convinta.
Non suonare. Io mi vergogno.
Lui suona.
Ti vergogni? Ma sei stupida. Tra l'altro, dobbiamo essere ancora marito e moglie, noi due. Almeno davanti a Dio. Non ci siamo sposati in chiesa?
Forse ci sar la stessa padrona d'una volta.
Quella? Avr avuto novant'anni allora, adesso sar a riposo nell'isola felice. Era cos cara, quella vecchietta. Quando dovevi arrivare tu, lei andava in chiesa, a pregare perch ci venissero perdonati i peccati che stavamo facendo. Pensa, ci fosse ancora.
Ma non c'era pi. La donna che si affaccia alla finestra del primo piano  del tutto volgare.
Chi ? Cosa volete? domanda. Lui risponde quasi allegro:
Scusi, ci fa entrare un momento? Io abitavo nella sua casa, pi di vent'anni fa. Una camera in affitto.
Ma la donna  paurosamente ottusa.
Mio marito non c'. Io non so niente.
Ma non c' niente da sapere. Vorrei solo vedere un momento la camera che abitavo da ragazzo, se non le dispiace.
Io non so niente ripete quella. Provi a ripassare quando c' mio marito.
E si ritrae, richiude la finestra. Loro due rimangono confusi e avviliti, come bambini colpiti da un'imprevista cattiveria. Cos si guardano, e poi scoppiano a ridere per l'assurdit di tutto, anche delle piccole cose come questa, delle quali conviene ridere per non soffrirne eccessivamente. E si ritrovano, attraverso quel ridere, e quando alfine non ridono pi rimangono di fronte a guardarsi, entrambi senza pi bisogno di ferire e di difendersi.
Eri cos come in questo momento egli le dice incantato. Forse un po' pi magra. Pensa, ancor pi magra di adesso.
Avevo sempre fame dice lei, come lui incantata. Non facevo che mangiare pastasciutta.
E avevi sempre voglia di far l'amore. Mai visto una ragazza che avesse tanta voglia.
Anche tu avevi sempre voglia.
Il nostro matrimonio sar anche andato male, ma credo che nessuno al mondo abbia mai fatto l'amore come noi. Nessuno.
Sar per questo che  andato male. Le cose troppo grandi non sono di questo mondo.
Non di questo mondo egli conferma, con una sorta di mestizia profonda ma in certo qual modo remota, che non arriva a sciupare l'incantamento nel quale sono caduti.
Questa volta il riandare al passato non  stato risentimento o dolore, ma ritorno all'amore di allora, non importa quanto precariamente e pericolosamente. Lui le accarezza i capelli, spostandoglieli dietro l'orecchio come una volta, e anche il viso le accarezza, leggermente e senza fretta, come se avesse chiss mai quanto tempo davanti, e quando infine le si avvicina per baciarla, lei gli va incontro con gli occhi e con la bocca, e un totale abbandono di s nel quale non affiora certo voglia di far l'amore, ma piuttosto voglia di finire, di esaurirsi in quel bacio che li coinvolge in una dolcezza infinita, che li estranea dal luogo e dal tempo e dalle vicende, ogni loro sensibilit raccolta nelle labbra in assoluta dimenticanza, proprio anche senza pensiero, finch da una barca che passa per il rio qualcuno fischia e ride. Lei di colpo s'irrigidisce, interrompe il bacio, fin troppo precipitosamente disincantata, tenta di staccarsi da lui.
Lasciami, ti prego, non qui per la strada.
Ma lui non vuole lasciarla. E quello sulla barca, un ragazzo ridente e impertinente, grida:
Se vi nasce un maschio, chiamatelo Bortolo!.
Lei ora si scosta con forza, con rabbia.
Lasciami, ho detto. Non voglio. Non voglio.
Vieni con me, mora. Ti troverai meglio! grida ancora il ragazzo della barca, prima di sparire sotto il ponte.
Lui l'ha lasciata libera, naturalmente, con una sorta d'improvvisa remissivit, un bacio tanto sconfinato finito in amarezza, nella riflessione che, a lei, la sua nuova condizione diciamo cos sociale impone prudenza, almeno in luogo pubblico, non si possono perdere certi vantaggi per il solo gusto di farsi baciare per calli e fondamente. La gente coi soldi, di regola, sa essere vendicativa e spietata.
La settimana scorsa egli dice infine sono stato a Milano. E ho visto il tuo uomo.
Come, l'hai visto dice lei, pronta a difendersi.
Non ti agitare, l'ho visto da lontano, che usciva dalla fabbrica. E poi aggiunge, deliberatamente maligno: Come fai a far l'amore con lui?.
Lei si ribella.
Questo non ti riguarda. Sono io che lo faccio, non tu.
D'accordo. Non sono affari miei. Per mi piacerebbe sapere: fai l'amore solo con lui, o c' anche qualche altro?
Lei ha un gesto di rabbia.
Che t'importa? Mi vuoi lasciare in pace? Ma la rabbia non ha radici profonde, e, forse non ha nemmeno grande desiderio d'essere lasciata in pace. Infatti aggiunge, a sfida: Quando mi va lo faccio anche con altri.
E lui, probabilmente senza proprio volerlo, alza una mano e la colpisce sul viso con uno schiaffo violento. Poi rimane a guardarla, come sorpreso di aver fatto ci, e anche lei lo guarda sorpresa, ma niente pi, come rinunciando a capire.  lui che si riprende per primo da quello stupore. Tira fuori un fazzoletto, glielo porge.
Hai un po' di sangue sul labbro di sotto.
Lei prende il fazzoletto, se lo porta alla bocca, guarda la piccola macchia rossa che v' rimasta, e guarda di nuovo lui, senza rabbia n rancore, solo interrogativamente. Lo schiaffo, si direbbe, l'ha accettato, ma vorrebbe sapere perch l'ha picchiata, se c' un perch.
Scusami lui dice con umilt. Anche questa volta ho sbagliato. Ho sbagliato sempre, con te.
 rassegnato, oltre che umile. Se lei se ne andasse, ora, non farebbe nulla per trattenerla, almeno cos pensa. Ma lei sembra aver rinunciato anche a sapere il perch della cosa, addirittura arriva ad addossarsi parte della responsabilit.
Abbiamo sempre voluto sbagliare dice. Il nostro era un rapporto sadomasochistico, vero? Me l'hai insegnato tu.
Ma lui non si stacca dal presente, dallo sbaglio appena fatto, che non sa perdonarsi, a quel che pare.
Questa volta non volevo, lo giuro dice. E poi: Il rapido delle 14,36 forse fai ancora in tempo a prenderlo.
Lei scuote la testa.
Sono io che voglio parlarti, adesso dice.
Lo dice con brevit e fermezza, avviandosi. Ma poi non chiede nulla, camminano a fianco a fianco, senza fretta, tornando verso campo Sant'Angelo e campo Santo Stefano, e poi al ponte dell'Accademia. Ma non vi arrivano. Lei si ferma, si porta fuori dalla corrente delle persone che vanno e vengono.
Allora sei stato a Milano dice.
S, la settimana scorsa.
E volevi vedere Attilio.
Chi  Attilio?
Il mio uomo, come lo chiami tu.
 il tuo uomo ribatte lui animosamente. State insieme da cinque anni. E avete una figlia, no?
S. E ci saremmo anche sposati, se tu non avessi fatto ostruzionismo con l'annullamento.
Non era ostruzionismo.
Allora era menefreghismo, peggio ancora.
No, no, no risponde lui con forza, forse anche con sofferenza, se  lecito penetrare oltre la sua scorza d'istrionismo. Non so neanch'io cosa fosse. Volevo perderti, quando ci siamo divisi, addirittura cancellarti dalla memoria. Ma nello stesso tempo non sapevo rassegnarmi a perderti del tutto. Pieno di contraddizioni, come sempre, e intanto fermo nell'inerzia. Aspetta... Tra i sette peccati capitali, ce n' uno, l'accidia. Da ragazzo non riuscivo mai a figurarmi cosa mai significasse. Ecco, credo che sia stato per accidia, lentezza nell'operare il bene. Forse, se fossi andato da un psicoanalista...
Ma lei non si lascia fuorviare:  sempre stata pi positiva di lui, e anche pi onesta, naturalmente. Non vende parole n maschera pensieri.
E da Attilio che volevi? domanda.
Lui  pieno d'amarezza.  fin troppo chiaro che il perdono per lo schiaffo di poco prima non  da attribuire a generosit, o carit, o chiss mai a sopravvivenza d'amore, ma semplicemente ad una paziente insistenza nel voler scoprire una cosa tanto inafferrabile e incerta, come il motivo per cui era andato a Milano.
Immagini che volevo dei soldi? dice, pi rassegnato che combattivo. E magari pensi anche che t'ho fatto venire a Venezia per chiederti dei soldi. Forse in cambio della mia collaborazione per l'annullamento. Per voi, l'annullamento  sempre preferibile al divorzio. Senza contare che i preti ormai lo danno come se fosse niente.
Pu anche darsi che tu mi chieda dei soldi.
Lui cerca con dolore un modo di rispondere che non peggiori una situazione gi tanto compromessa, ma che tuttavia non intacchi oltre il sopportabile quella dignit, vale a dire spirituale decoro, al quale ora sembra in qualche modo tenere.
Guarda un po', dice amaramente dei soldi al momento non me ne frega niente. Due anni fa per poco non finivo in galera a causa d'un assegno a vuoto. Trecentomila schifose lire. Mica sono venuto a chiedertele. Oggi non ho bisogno di soldi, pensa, non saprei che farmene. Ti sembra incredibile, scommetto, per uno che coi soldi non ha mai avuto dimestichezza. Quanti pasticci, anche coi soldi, debiti e cambiali, e tu mi odiavi.
Lei, presentemente, d l'impressione d'essere aliena dai ritorni a tempi perduti.
Allora, che sei venuto a fare a Milano? chiede, spazientita per il suo tergiversare. T'interessava tanto vedere Attilio?
Attilio lui dice alzando le spalle, al limite del disprezzo. Una volta a Milano m' venuta curiosit di vederlo, solo curiosit, puoi credermi. Il vero scopo del mio viaggio era vedere te, e Giorgio.
Il nome di Giorgio la allarma sempre. Dev'essere una di quelle madri possessive come animali selvatici. Del resto, anche con lui era stata irragionevolmente possessiva, fino a preferire, in ogni caso, la distruzione.
Giorgio? essa chiede.
Ho aspettato almeno tre ore, nei pressi di casa tua egli dice. Sei uscita dal portone verso le sette e sei salita su di un taxi che ti aspettava accosto al marciapiede di fronte. Eri molto elegante, sicuramente andavi ad un cocktail. Oggi ti sei travestita da povera. Perfino le perle che hai al collo devono essere false. Temevi il colpo dei soldi, vero? Ti travesti da povera, e allora  pi facile dire di no se uno ti chiede soldi. Non hai nemmeno un anello al dito, neanche quello matrimoniale. Che ne hai fatto della vera?
E Giorgio? lei chiede con inflessibile, pacata insistenza.
Lui perde di colpo la sua finzione d'aggressivit.
Giorgio? dice. Non so neanche dirti se l'ho visto o no. Tra l'una e le due, nel palazzo dove abiti tu, sono entrati tre ragazzi sugli undici anni, che tornavano da scuola. Tutti e tre accompagnati da autista, com' ormai inevitabile. Uno era lungo e magro, bruno, coi capelli lunghi, un maglione blu a collo alto, impermeabile chiaro, a doppio petto, un po' sofisticato per un ragazzetto. Poteva darsi che fosse Giorgio. Ma la voce del sangue, dentro di me, non ha funzionato. Forse funziona solo per i padri decenti.
Lei rimane aggrappata alle sue preoccupazioni, non si lascia distogliere da racconti di autocompassione.
Sei venuto per Giorgio, dunque dice riflettendo. E poi, ferma: Ho parlato col mio avvocato, prima di venire qui.
Questo me l'hai gi detto ribatte lui. Io invece non t'ho ancora detto che anch'io ho parlato col mio avvocato, prima di telefonarti di venire.
Spero che ti avr spiegato che non puoi fare niente contro di me.
Niente in che senso?
Se tu mi denunciassi per adulterio, ad esempio, oggi nessun giudice mi condannerebbe.
Certo, ti manderebbe assolta. Ma nello stesso tempo accerterebbe il fatto.
Che fatto? lei domanda.
Riesce a nascondere abbastanza bene la sua paura. Ma lui quella sua paura arriva a sentirla, torna a prevalere su di lei e non vuol perdere il vantaggio, sebbene sia dubbio se sia proprio ci quello di cui va in cerca.
Il fatto che da cinque anni vivi in concubinaggio con un tizio risponde tranquillamente. Cio in una condizione dannosa per il sano sviluppo morale e psichico d'un figlio che ha gi undici anni e che comincia a chiedersi...
Lei non riesce a trattenere l'indignazione.
E tu? chiede con violenza, interrompendolo. Tu che ti sei fatto le puttane di mezza Venezia, tu saresti nella condizione adatta per educare un bambino secondo i sani princpi morali?
Lui la guarda, si direbbe con ammirazione, ma resta incerto se ammiri pi la sua violenza o la sua bellezza. Forse tutte e due: lei  bellissima, cos piena di sdegno, occhi vivi ed espressione animosa. Per lui vuole, ora, non perdere il suo margine di superiorit, recitare la parte dell'uomo calmo, ragionevole.
Pensa, dice pensa che per un magistrato tutto questo sarebbe quasi irrilevante. Per fortuna la magistratura non  stata ancora intaccata da certe mode femministe. Un giudice di buonsenso, non contaminato dalla propaganda di sinistra, assegnerebbe il bambino a me. Non ci credi?
Lei si sta mordendo un labbro, dubbiosamente, in lotta con angosciosi smarrimenti.
Del resto, egli aggiunge ambiguamente, nel senso che non si capisce bene quale scopo voglia raggiungere, io con le puttane non ci vado pi. E nemmeno con le signore perbene come te. Faccio vita casta, attualmente, sarei un padre perfetto.
La guarda, lei a testa bassa, affranta. Ma vuole vincere di pi.
In fin dei conti, dice con cattiveria, tu di figli ne hai anche un altro, con quello l. Un giudice ne tiene conto.
Lei non nasconde la propria confusione, forse non ha nemmeno pi idee per lottare.
Immaginavo che era per Giorgio che mi volevi vedere dice con sofferenza. Del resto, l'avvocato me l'aveva detto.
Mi dispiace egli dice pacatamente, e guarda l'orologio al polso, e si ha l'impressione che il dispiacere sia per l'ora che l'orologio segna. Infatti aggiunge: Ormai il rapido delle 14,36 non arrivi pi a prenderlo. Il prossimo treno  alle 17,37. Non vorresti andare a mangiare?.
Si avvia, lentamente, a dire il vero, per darle il tempo di decidersi. Ma lei sta ferma, immersa nei suoi pensieri.
Davvero non vuoi venire? le chiede.
Lei s'incammina per seguirlo. Non le importava dove andassero, faceva difficili pensieri dentro di s, sforzandosi di non odiarlo. Non voleva odiarlo, sarebbe stato peggio. Ma non voleva nemmeno perdere Giorgio. Sarebbe scappata in Svizzera, in America, in Australia. Attilio non le avrebbe negato nulla, non il denaro naturalmente, neanche l'eventuale denaro per far recedere lui dal suo proposito, sebbene possa anche essere vero che del denaro, al momento, non gl'importi nulla, e l'ambiguit del suo comportamento possa confermare il sospetto che nemmeno d'avere Giorgio gl'importi granch, l'impaurirla per Giorgio potendo essere un impietoso modo di giocare con la sofferenza, con la propria pi ancora che con quella di lei, ed ecco che lei si sente certa di questa soffocata sofferenza di lui, e lo ama, non pu fare a meno di amarlo, come non pu fare a meno di odiarlo, e in questo senso si pu dire che non sia cambiato niente nel loro tormentato rapporto, era ancora una delle innumerevoli liti attraverso le quali erano arrivati ad amarsi insopportabilmente, a possedersi con rabbia e distruttivit ma fino in fondo, e lei farebbe anche l'amore con lui ora, subito, senonch lui ha preso la calle verso San Marco, all'amore non ci pensa, e dice:
Parlami di Giorgio.
Lei fa cenno di no con la testa, pi che mai sicura che non  Giorgio ci che lui ha in mente. Ma lui insiste nel chiedere:
Dimmi, gli piace la musica?.
A fatica, con stanchezza, lei risponde di no.
 stonato.
 una notizia che lui apprende con sufficiente disinvoltura.
Ah dice. Ma poi domanda: E di me?.
Cosa, di te?
Di me non parla?
Che dovrebbe dire?
Prima hai detto che Giorgio sa che quel tuo uomo non  il suo vero padre.
Ora lei si sente riprendere dalla diffidenza, pu anche essere che di Giorgio gliene importi, se s'ostina tanto a chiedere.
Fino a poco tempo fa dice dopo averci pensato quando recitava le preghiere della sera, alla fine diceva: proteggi anche il mio pap vero e fallo felice.
E adesso non lo dice pi?
Adesso non dice pi le preghiere. I bambini hanno dei periodi di fervore religioso, poi gli passa. Io credo che sia bene lasciarli liberi, non forzarli n in un senso n nell'altro.
Certo, che  bene cos, lei come madre  di una saggezza confortante. Tuttavia non  questo che conta, adesso. E domanda:
Ma non mi nomina mai? Non ti chiede mai niente di me?.
Lei rimane dolorosamente a riflettere, bisogna rispondere con prudenza, e non conviene certo accennare alla circostanza che Giorgio potrebbe anche sentire disagio per la condizione irregolare in cui si trova, chiamare pap uno che non  il suo vero pap, e perci del vero pap  meglio non parlare e addirittura dimenticarlo.
Credo che non si ricordi molto di te dice. Aveva poco pi di tre anni, quando ci siamo lasciati.
Lui fa un cenno per significare che  d'accordo, pi che giusto. Ma il suo pensiero  altrove, ed ecco che si mette a raccontare:
Quando Giorgio era piccolo, non aveva ancora un anno, ero ossessionato dalla paura di morire, di lasciarlo privo di me. Non che pensassi che non saresti stata capace di tirarlo su da sola, non ne ho mai dubitato. Il problema era un altro. Mi dicevo sempre: se per esempio io muoio adesso che  cos piccolo, mio figlio non si ricorder di me, non avr memoria del padre. E chiss quanta fatica far a trovarsi una identit, poi, ammesso che senta il bisogno di trovarsene una. Che idee balorde, nemmeno a Freud devono essere venute in mente. Bench, a pensarci bene, la cosa possa anche essere presa alla rovescia, cio mi preoccupava non l'identit per mio figlio, ma la mia continuit in lui. Sempre la solita nevrosi, paura dell'annientamento. Il tuo uomo, per esempio, ha paura dell'annientamento? Forse, essendo molto ricco, sfugge a queste debolezze. I soldi sono potenza.
L'improvviso ritorno del discorso al suo uomo, la sconforta, pi che irritarla.
Perch parli tanto quando c' cos poco da dire?
Lui ha un gesto di ribellione.
E invece c' da dire afferma con forza. Forse c' una cosa che non t'ho mai detto: Giorgio l'ho voluto io.
Lei si lascia trascinare nella polemica, ribatte vivacemente:
Certo, non ero un'incosciente, io. Non potevo volere un figlio in quel momento. Non eravamo sposati, si faceva la fame, tu non eri ancora diplomato....
Non mi sono spiegato la interrompe lui, stranamente pacato. Voglio dire che io so il preciso momento in cui Giorgio  stato concepito. Facevamo l'amore come matti, a quei tempi, non mi bastava mai. Ma non era solo per sensualit, anzi. Forse era addirittura una forma di mia impotenza, comunque d'insicurezza. Avevo l'impressione che tu fossi una specie di bestiola che poteva anche sparire, dopo aver fatto l'amore.
Neanche allora capivi niente di me.
Dopo che te n'eri andata pensavo: non torner pi, vedrai che non torner pi. A volte, avevo perfino il dubbio che non esistessi, che fossi una mia immaginazione. E un giorno decisi: adesso la metto incinta, le metto un figlio nella pancia. E te l'ho messo sul serio, giusto in quel momento. Io so quand' accaduto.
Lei capisce che parla d'amore, a quel modo, ma ci le ricorda pi che altro le sue manie e storture, non ne vuol sapere. Preferisce aggredirlo su Giorgio.
E con questo gli dice vorresti sostenere che Giorgio  pi tuo che mio? E sebbene egli si stringa nelle spalle a significare che non pensa a stupidaggini di mio e di tuo, lei insiste con forza: Ero una bestiola, hai detto. Lo sono ancora. Soltanto che tutta la mia animalit, il mio calore, lo metto nei figli. Giorgio, Silvia, indifferentemente. Ucciderei, piuttosto che farmeli portar via.
Lui si mette a ridere, sembra francamente divertito.
Sei sempre la solita esagerata le dice. Che paura hai? Il tuo avvocato sar sicuramente pi bravo del mio, dato che lo paghi meglio. Puoi prenderti un'intera schiera d'avvocati, i pi bravi d'Italia. Se ti facessi causa, la perderei. In questo paese, chi ha pi soldi ha pi ragione. Nel migliore dei casi, ne salterebbe fuori una causa lunga vent'anni.
Recita, si capisce, ma lo fa con scherno, come se si proponesse di irritarla, e lei, bench se ne renda conto, s'irrita.
Ma io non voglio cause in tribunale ribatte. Mio figlio non dev'essere interrogato da magistrati, n messo di fronte a problemi che non capisce e che in ogni caso lo imbarazzerebbero. Io voglio tenermi Giorgio perch ho pi diritto di te di tenermelo. L'ho tirato su io, e non  stato facile, in principio, te l'assicuro. Mi avevi lasciata senza un soldo.
Non ne avevo neanch'io, se  per questo.
Lei non si lascia distrarre, il suo rancore  sincero.
Ho fatto di tutto: la commessa, la maestra supplente, la sarta, l'indossatrice. Poi ho incontrato Attilio...
Te ne sei innamorata... la interrompe lui con cattiveria.
Lei lo guarda senza alcuna benevolenza.
' una crudelt idiota, la tua. Attilio mi vuol bene, e vuol bene a Giorgio, e Giorgio sta bene con noi. Non dico soltanto che non gli manca nulla, questo si capisce. Parlo dell'affetto, del clima familiare. Non rovinare anche questo. Hai gi rovinato abbastanza della nostra vita.
Nostra di chi?
Mia e di Giorgio.
Lui si ferma a guardarla.  esausta, visibilmente. Pu essere contento, se era questo che voleva, e concludere il suo gioco. Infatti le dice, persuasivamente generoso:
Ma io... io non voglio Giorgio. E siccome lei si stringe nelle spalle, forse con noncuranza, ma pu darsi anche con diffidenza, insiste: Ti assicuro che non lo voglio. Non potrei tenerlo in ogni caso. Fidati di quel che ti dico.
Ancora lei ha un irritante gesto di sfiducia.
Tutte le volte che mi sono fidata, sono poi finita in un imbroglio.
 lui il pi disarmato, ora, il pi bisognoso di sincerit.
Questa volta non ci sono imbrogli. Se non mi credi, andiamo da un notaio, ti firmo tutte le carte che vuoi. Giorgio  tuo, lo so benissimo. Quella cosa che t'ho raccontata del momento in cui t'ho messa incinta non l'hai capita nel giusto significato. Non era il figlio che volevo, volevo te. T'ho ricattata, con la gravidanza, per essere sicuro che non saresti sparita, che saresti rimasta sempre. Poi  andato tutto in malora lo stesso, ma... Si ferma, sul limite di troppo scoperte parole d'amore, per le quali lei non sembra sufficientemente ricettiva. Infatti chiede:
Allora, perch m'hai fatto venire a Venezia?.
Ormai non ci sono pi risposte interlocutorie ad una simile domanda, ma d'altra parte anche dirle che l'ha fatta venire perch l'ama non sarebbe facile n del tutto vero, tuttavia non  nemmeno non vero, cos finisce per tornare ad accarezzarle i capelli, dando loro l'aspetto d'un tempo, spostati dietro le orecchie, tanto teneramente da averne timore, perci cade in confusione, e la sua voce, quando alfine parla, rivela qualche traccia d'ironia, della quale sarebbe bene che lei s'accorgesse.
Non lo so dice. Forse t'ho fatto venire per questo, solo per questo... ed  chiaro che vuol significare per quel carezzarle i capelli, e guardarla dentro, ed eventualmente anche esercitare il potere di farla soffrire.
E lei, si capisce, non si sottrae. Quella parte di lei che non ha mai smesso di amarlo, e che pretende d'essere amata sia pure con la sofferenza inevitabile, ora cede senza ritegno. Gli si butta addosso a piangere e ad abbracciarlo.
Ti odio... ti odio... ti odio... gli dice contro la spalla. Giochi sempre con me, con le mie paure... Sempre vuoi essere il pi forte...
Il pi forte... Sicuro, voglio essere il pi forte egli dice con un trionfalismo che non ingannerebbe nessuno, se non lei si capisce, anche perch lei continua a piangergli contro la spalla, e non pu quindi vedere l'espressione del suo volto, ch' di profonda malinconia, o peggio tristezza, o chiss mai perfino disperazione. Ma non  ch'egli sia privo di forze e non riesca a lottare contro la disperazione, se non per vincerla, almeno per mascherarla. Le parla, infatti, come ad una bambina, con dolcezza:
Su, basta piangere, adesso. Ti si sciupano gli occhi. Non lo sai che se piangi ti si sciupano gli occhi?.
La stacca da s e le solleva il viso, e lei non ha alcuna vergogna a farsi vedere con gli occhi di pianto, e il naso moccioso, e il volto arreso, con voglia di non resistere. Certo, abbandoni come questo lei non ne ha molti col suo uomo, lui pensa, ma ha il buongusto di non dirlo. Le dice invece, sempre col tono con cui si parla a bambini che piangono:
Ecco, cos va bene. Non piangere pi. E dimmi che mi odi. Dimmelo ancora: ti odio.
Ti odio dice lei sommessamente.
Lui sorride. Meglio di cos, in verit, non potrebbe andare.
E adesso dimmi che hai fame le dice. Hai fame?
Lei fa cenno di s, tirando su col naso, e con gli occhi che sono sempre di pianto.
Dove vuoi che andiamo a mangiare? Oggi sono pieno di soldi. Andiamo all'Harry's Bar?
Lei, tra sorriso e pianto, fa cenno di no.
Alla Taverna, allora?
Ancora lei fa cenno di no.
Alla Colomba? Alla Madonna?
Lei continua a dire di no con la testa, con sempre pi sorriso e sempre meno pianto.
Portami da Adolfo dice. Lui sorride.
Ci avevo pensato anch'io. Ma non osavo. Non sei pi povera.
Sono quella di sempre lei dice.
...
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...
[Paragrafo] 8.
...
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...
Adolfo era una piccola trattoria, dove si spendeva poco. Ancora si doveva spendervi poco, stando all'apparenza: era la stessa d'un tempo, vi si mangiava su di una tovaglia di carta. Il padrone, e i camerieri, tuttavia, non erano pi quelli d'un tempo, bench avessero la medesima aria d'inadeguatezza di fronte alle occasioni di benessere. O forse le occasioni di benessere andavano a presentarsi ad altri, non a loro.
Sai quant'era meglio se andavamo all'Harry's Bar  egli aveva detto subito appena entrato, ma lei aveva sorriso.
Aveva ordinato una bottiglia di vino bianco ramato, secco e freddo. Aveva versato per tutti e due, naturalmente, ma lei il suo bicchiere l'aveva appena portato alle labbra, mentre lui, il suo, l'aveva subito vuotato, e di nuovo riempito, e poi di nuovo vuotato, ed ora se lo stava riempiendo di nuovo.
Bevi molto? lei chiede.  gi il terzo bicchiere che ti versi.
Sono molti, tre bicchieri?
Sono sempre tre bicchieri.
Lui cerca di sorridere.
 il primo momento che ti comporti di nuovo come una moglie. Sei sicura che siamo divisi?
Portano i due piatti di spaghetti, non molto attraenti al vederli. Tuttavia s'incoraggiano a vicenda con un sorriso, prima d'infilarvi le forchette. In effetti, sono peggiori di quanto si potesse prevedere e lui ricorre nuovamente al bicchiere di vino.
Mi dispiacerebbe se bevessi troppo lei dice. Una volta eri astemio, quasi. E quando ti capitava di bere diventavi cattivo.
Ma non bevo molto egli risponde. Sto attento, devo tenermi in forma per il concerto. Ci tengo, voglio che sia la cosa pi importante della mia vita. Poi aggiunge, ironizzando su se stesso: Del resto non  difficile,  la prima cosa seria che faccio. I ragazzi sono molto bravi.
Tu sei bravo.
Lui vorrebbe avere qualcosa di spiritoso da ribattere, ma non trova, si limita a fare un impacciato gesto di noncuranza. E per lei  facile dedurne che quel concerto dev'essere davvero di grande importanza per lui, ed  bene che sia cos, ha appena quarant'anni, e un indubitabile talento, e sarebbe anche tempo di non sprecarlo pi. Tutti e due si sono dimenticati della pastasciutta.
Su, mangia egli dice. Vuoi farla diventare fredda?
Non ho pi fame.
Non  possibile. Ricordi quanta fame avevi?
Non ho pi vent'anni.
Mangiavi anche tre piatti di pastasciutta di seguito, e non crescevi di un etto. Pelle, ossa, due grandi occhi. Ricordi come ti chiamavo?
Mi chiamavi osso, sgorbio, qualche volta anche chiodo.
E cosa ti dicevo quando ci portavano la pastasciutta?
Dicevi: mangia.
Mangia, e poi?
Mangia, che dopo andiamo a far l'amore.
Ed era bello far l'amore con me? E siccome lei esita nel rispondere, torna a chiedere impaziente: Dimmi, era bello?.
 fatto cos, lui. Vuole sopraffare, capace di insistere fino all'esasperazione. Ma in realt fare l'amore era bello, con lui, sicch lei fa cenno di s con la testa. Dice, anzi:
Meraviglioso.
Allora mangia, su. Non perdiamo tempo.
Lei riprende ad arrotolare spaghetti intorno alla forchetta, e riesce a farlo con bastante fierezza. Se credi che dopo verr a fare l'amore con te, ti sbagli.
Non mi sbaglio.
Sei matto.
Sono matto, crudele, egoista. Sempre stato cos. Del resto, fossi stato diverso, non mi avresti amato. Volevi soffrire, tu. Ti sei dimenticata di quanto t'ho fatto piangere? Pi piangevi e pi mi amavi. Masochismo, si chiama.
Sottomessa, subito perduta la precaria fermezza, lei preferisce non rispondere.
Mangia anche tu dice.
Provano, ma gli spaghetti sono ormai freddi, e poi nessuno dei due ha fame, mentre tutti e due sono convinti ch' stato un malinconico errore tornare in quel posto.
Faticosa, la ricerca del tempo perduto egli dice, e lei rimane senza rispondere, distratta da chiss quali pensieri, e lui non pu sopportarla tanto chiusa e lontana.
Ricordi i nostri sette volumi di Proust? egli dice, e lei fa cenno di s, cosicch non  poi tanto lontana, se cos facilmente ricorda.
I sette volumi di Proust erano il dono di nozze di un amico comune, e avevano molto litigato, al momento di dividersi, perch lei li voleva, e anche lui li voleva.
Ci sarebbe voluto Salomone, per trovare un giudizio equo lui dice.
Non c' stato bisogno di Salomone lei ribatte pronta. Te li sei tenuti tu.
Ridono, un poco, ma ci vuol altro per disperdere la malinconia che s'interpone tra un ricordo e l'altro, e una frase e l'altra, di quel difficile ritorno. La sua fame d'un tempo non esisteva pi e il locale, per quanto non molto cambiato da allora, si rivelava sempre pi inadatto ad accogliere stati d'animo tuttora confusi, combattuti, irrequieti, e tutto sommato ambigui.
...
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...
[Paragrafo] 9.
...
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...
Fuori, tuttavia, non sembrava andar molto meglio. La marea s'era decisa, stava portando verso l'improbabile mare catene di rifiuti, il riflusso spargeva odori abbastanza mortali, e anche la nebbia cominciava a scendere dall'alto dove l'aveva sollevata il mezzogiorno. Parlare di radio e piangere di bambini formavano la continuit d'un peregrinare la cui utilit appariva pi che mai incerta. Calli e sottoportici, muri e fondamente, canali con barche addormentate erano fermi al tempo che si voleva, quindi anche propizi alla ricerca di tempi perduti, a patto che non si volesse ricavarne qualcosa di diverso dalla tristezza.
In una simile atmosfera, era del tutto dubbio che l'amore, che pur sentivano dentro sopravvissuto, potesse uscire dalla sfera dell'umiliazione e diventare desiderio. Stavano comunque andando verso San Trovaso, ma vagamente, come non persuasi di doverci arrivare, dato che l stava la casa dove avevano abitato, e dove lui tuttora abitava. I capelli di lei s'erano appesantiti per l'umidit, e lui sembrava inefficacemente impegnato nella ricerca di qualcosa da dire, qualcosa, si capisce, che non avesse niente a che fare col motivo per cui l'aveva fatta venire a Venezia. Mostrava, di ci, smarrimento e tormento, e probabilmente si stava arrendendo, ormai voleva solamente trovare il modo di dirglielo con decenza.
Cos'hai? lei domanda.
Lui si ferma per guardarla, e dice:
Poveri capelli tuoi, sono diventati spinaci.
Sono brutta?
Direi di s. Lascia che ti guardi meglio.
Le prende il viso tra le mani, le guarda dentro gli occhi, senza parole, chiedendole tuttavia aiuto, ormai  evidente che sta chiedendo aiuto.
Cos'hai? essa ripete.
Si mette a scostarle i capelli, nel solito gioco d'amore ricordato.
Niente dice.
A me non puoi dire niente.
Gi, tu mi leggi dentro. Me n'ero dimenticato.
Fa di tutto per difendersi, e lei n' indispettita, e soprattutto non capisce.
Torni a farmi paura dice.
E lui, sforzandosi di recuperare una dignit fin troppo compromessa, ribatte:
C' il rapido delle 18,38. Arriva a Milano alle 21,23. Prima delle dieci sei a casa, come dici tu. Protetta dai soldi.
Il suo sarcasmo arriva spento, insufficiente a difenderlo.  come un topo incantonato, potrebbe fare del male.
Ho di nuovo paura lei dice. Tu puoi farmi del male.
Questa volta, non si sogna nemmeno di smentirla.
Pi di quanto non immagini dice.
Sta a vedere se io mi lascio fare del male.
Non puoi evitarlo. Sei innamorata di me, sempre.
Lei abbassa lo sguardo, ed  tutto ci che pu fare. Sarebbe pronta anche al male, purch ne fosse chiara l'utilit, o la necessit.
Bisogna vedere fino a che punto dice.
Il nostro rapporto non si  esaurito ribatte lui. L'abbiamo troncato noi, ad un certo momento, facendoci violenza, altrimenti saremmo diventati matti.
Lei reagisce, ritrova un filo d'aggressivit.
Tu, l'hai troncato, non noi. E io sarei diventata matta, non tu.
S' arrossata in viso, pi per lo sforzo di non farsi sentire vinta, che per vera rivolta.
Sapessi quanto mi piaci quando t'arrabbi.
Lei ora si rivolta, davvero.
E a me non piace affatto arrabbiarmi dice con forza. E andiamo via da qui, non posso sopportare questi posti. Portami a San Marco, andiamo all'Harry's Bar, al Florian, dove ti pare. Non qui.
Hai tanta paura del passato?
Non si tratta di passato.  che non posso pi tollerare l'odore di questa citt. Muore, torna ad essere fango.
Lui stranamente sorride, colpito dalla frase che sembra stimolare in lui un compiacimento perverso. Prende una posa si direbbe solenne, e con tono di voce decisamente enfatico, recita:
Ma  proprio questo che la fa bella: muore.
Lei non frena l'irritazione.
Come l'hai detto bene dice con tutta l'ironia di cui si sente capace. Avresti dovuto far l'attore, tu, non il musicista.
Lui non smette il tono enfatico, n l'atteggiamento provocatorio e solenne. Deve averne dolorosamente bisogno.
Non tutti possono capire dice. Certe cose arrivano solo ai semplici. Oppure a quelli che hanno in s il senso della morte.
E tu sei semplice, o hai il senso della morte?
Ho il senso della morte. Non l'hai avvertito, tu che mi leggi dentro?
Lei lo guarda e decide:
Sei un istrione.
Dillo ancora fa lui, come pregando.
Lei capisce che sta andando incontro a qualcosa di indesiderabile, violenza o peggio, forse la ragione che ha cercato da quand' arrivata, sicuramente maligna, ma altro non pu fare che volerla. Ripete con rabbia:
Sei un istrione, un istrione.
Lui ora sta incantato a guardarla, miseramente grato perch infine trova il coraggio di dire:
Hai ragione. Ma il fatto  che io sto morendo. Sul serio.
Questo  vero,  tutto il giorno che lei lo sa, di questo era fatta la lunga paura. Tuttavia non si pu accettarlo con rassegnazione.
Che significa dice. Tutti stiamo morendo.
Ma io morir presto dice lui pacatamente, senza mostrare molto lo sforzo che quella pacatezza gli costa. Cinque o sei mesi, press'a poco, hanno detto i medici. E ormai sono cinque mesi che l'hanno detto.
La cosa  fin troppo perfettamente coincidente, tutto portava a ci, il gioco di sentimenti imposti, paura e amore e odio e contrastata ricerca, terminando in un'esplicita richiesta di partecipazione ad una morte che sarebbe anche potuta esserle estranea, e che continua ad apparirle assurda.
Non  un imbroglio, vero? domanda smarrita. Un altro imbroglio?
Non  facile parlare con semplicit di cose tanto estreme.
Ho male qui dice toccandosi sopra una tempia. E non c' niente da fare.
Non  possibile che mentisca,  evidente, ma lei deve pur tentare ancora una difesa.
Non  vero dice ribellandosi. I medici non lo dicono, quando uno  malato cos.
Io sono stato pi furbo di loro risponde.
Sembra non voglia dire altro, umiliato dalla propria debolezza per non dire vigliaccheria, a testa bassa s'incammina allontanandosi, e lei per quanto stretta da dolore e compassione non pu impedirsi di pensare un attimo che non sarebbe del tutto ingiusto lasciarlo andare, avevano pur scelto strade diverse da molti anni, perch ora venir fuori con una storia del genere, ma  un pensiero che rigetta energicamente, e del resto v' troppa attesa nel lento allontanarsi di lui, troppa preghiera anche si potrebbe dire. Lei lo raggiunge.
Prima sono andato da Foschini, qui a Venezia. Come neurologo  bravo, ma  un cattivo psicologo. Ha tanto insistito nel dirmi che non avevo niente, da farmi nascere la paura che avevo qualcosa. Allora sono andato a Padova, da Frossi, facendomi accompagnare da un'amica che fingeva d'essere mia moglie. E a lei Frossi ha detto tutto, le ha dato perfino radiografie ed encefalogramma, perch lei aveva detto che voleva farmi vedere da qualcun altro a Milano. Cos so quello che ho, e quello che mi accadr.
Fa una pausa, sperando che lei dica qualcosa, ma lei  troppo dispersa per trovare qualcosa da dire, e lui ha uno scatto.
Mi faccio schifo dice. Perch non sono crepato senza dir niente a nessuno. Uno non ha il diritto di rompere...
Lei lo interrompe, ora.
Non  possibile che non ci sia niente da fare. Forse qui. Ma in Svezia, in America... Attilio, se io glielo dico... Non devi preoccuparti per i soldi...
Non va avanti, consapevole di star facendo un meschino tentativo per rimanere almeno al margine di quello spaventoso avvenimento nel quale lui bene o male ha voluto coinvolgerla. Lui lo sente, il disagio di lei, ma che pu farci, ha bisogno di tutto. Perci insiste, per impietosirla:
Uno non ha il diritto di andare da una donna che ha piantato da otto anni a dirle: dammi una mano, aiutami a morire... Non  giusto, anche se tutti e due sappiamo che tra noi due niente  finito. Tu puoi far l'amore con chi ti pare, ma dentro di te, nella tua anima se ti pare, ci sono sempre io. 
Sente che anche questo  sbagliato, o quantomeno superfluo, e si affretta a concludere:
A me  sempre mancato qualcosa per essere un vero uomo. Anche in questa circostanza.
E questo  addirittura falso, bench in qualche modo lo pensi sinceramente, ma capisce che sta strumentalizzando tutto, e soprattutto i sentimenti.
Non trovi proprio niente da dire? le chiede con violenza.
Lei sta fissa a guardarlo, e infine dice:
Vorrei che fossi gi morto.
E sa di esprimere in questo modo anche la propria vilt, oltre all'amore e alla compassione, e cos torna a sentirsi degna. Anche lui capisce, le accarezza il viso con un gesto tenero, sforzandosi perfino di sorridere.
Anch'io vorrei essere gi morto dice. Invece ci vuole pazienza. Verr come ha da venire. E quasi volesse far credere che gli basta quanto lei gli ha gi dato di piet e comprensione, aggiunge: Su, prendiamo un vaporetto e andiamo alla stazione. Il rapido delle 18,48 arrivi a prenderlo.
Lei fa cenno di no.
Portami a casa tua dice. E siccome lui sembra incerto se accettare, insiste: Fa freddo, qui fuori.  umido.
Che senso avrebbe?
Noi non abbiamo mai fatto cose che avessero un senso lei risponde. Portami a casa tua.
Ora finalmente pu condurla a casa. Non si sa fino a qual punto abbia recitato per conquistare quella piet di cui ha tanto bisogno, ma non c' stata menzogna nella recita, il bisogno era vero, ed  vero il male che si porta dentro.
...
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...
[Paragrafo] 10.
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...
Ora ogni parola, ogni gesto, dovevano raggiungere una tensione non importava quanto dolorosa, non potevano rimanere nella sfera banale della normalit. Una volta evocata, la morte stava su tutto, non era possibile esorcizzarla, contaminava i significati. Si rischiava continuamente di sbagliare.
Entrando, lui aveva messo in moto un registratore, e la musica del primo tempo del concerto in Re Minore per archi e oboe di Alessandro Marcello, diffusa da alcuni altoparlanti collocati opportunamente nell'ampio studio, colmava con movimento andante e spiccato le possibili incertezze. Il suono dell'oboe era puro, cadenzato, sicuro. Era lui che aveva suonato, trovando nell'imminenza della fine un suo alto decoro.
Lo studio era preparato per l'incisione, con strumenti, leggi e microfoni disposti un po' dappertutto. In un angolo, separata da vetri, c'era la cabina di registrazione. Pannelli e coperte pendevano qua e l, per rompere le onde sonore. Una pesante coperta imbottita era alzata come una tenda sul finestrone che dava sopra un paesaggio di tetti e di campanili storti, gi mezzo inghiottito dalla nebbia e dalla notte. Lei stava seduta nell'ampio divano sotto il finestrone, si lasciava riempire dalla musica, sforzandosi di rimanere attaccata alle note dell'oboe, con ostinata attenzione. Ma, naturalmente, non poteva allontanare del tutto il pensiero del male di lui, e della propria incidenza su quel problema che d'un tratto era diventato cos dolorosamente comune. Quando il primo tempo fin, cominci un silenzio che rischiava di divenire presto opprimente.
Sei bravo lei dice.
Lui va ad arrestare il registratore che ora emette solo continuo fruscio.
Questa sera registreremo l'Adagio.  la parte pi difficile per me, temo di perdere la misura. Qualche accordo in crescendo degli archi, poi l'a solo dell'oboe, teso, filato, attardato da tirar fuori l'anima. Il pericolo  di lasciarsi andare, di cedere all'autocompassione.
Accenna le prime battute dell'oboe, a solfeggio cantato, segnando il tempo con la mano alzata.
Pensa, dice smettendo pensa che  stato scritto quasi trecento anni fa, nel pieno splendore di Venezia, ed  il lamento funebre per questa citt che finalmente va a farsi fottere. E io con lei, a quanto pare.
Gioca ancora sulla violenza e sull'estro delle parole per nascondere ogni eventuale cedimento, ma si capisce che lo fa per lei, un povero tentativo d'esibizionismo. Fosse solo, cercherebbe di non fermarsi a pensare, probabilmente.
Qualche volta, di notte, dice quando non ce la faccio a dormire, vengo a questa vetrata, la apro e ascolto. Ascolto a lungo, sebbene non ci sia niente da ascoltare all'infuori del silenzio. Sa morire con dignit, questa vecchia puttana. Non si cura di coloro che vogliono salvarla, vuol tornare ad essere fango, come dici tu. Del resto, sono sparite Ninive, Babilonia, Menfi, perch dovrebbe sopravvivere questa? Anche la morte  necessaria, quando viene il suo tempo. E cita: "Ha la sua ora tutto - e il suo tempo ogni cosa - sotto il cielo...".
 il tuo Ecclesiaste? domanda lei.
S. "C' il tempo di nascere - e il tempo di morire..."
Io resto con te lei dice. Non torno a Milano. Attilio capir.
Tu prendi il rapido delle otto e mezzo ribatte lui brusco.
Manovra una cordicella, fa scendere la pesante coperta sulla vetrata. La citt rimane fuori, a finire il suo giorno nella nebbia.
Mi dispiace egli dice. Non potr accompagnarti alla stazione. I ragazzi vengono proprio a quell'ora.
Lei si alza, va a metterglisi vicina, per forzarne l'attenzione.
Tu non vuoi tentare l'operazione? domanda.
Non ci penso nemmeno lui risponde. Se fossi sicuro che mi ammazzano, potrei anche farmi mettere i ferri addosso. Ma immagina se sopravvivessi cieco, o paralizzato, o mezzo demente. Per carit. E poi, sono preparato alla morte, devi credermi. Non giudicare da oggi. Oggi non mi sono comportato bene.'
La lascia, e va lui a sedersi sul divano, ora, i gomiti appoggiati ai ginocchi, la testa sostenuta dalle mani. Continuamente accenna a toccarsi l dove ha male, ma lo fa senza pensarci, e quasi sempre si ferma, accorgendosene. La guarda, e si sforza di sorridere, come per rassicurarla di qualcosa, che non ha bisogno di nulla, o che, magari, non si dispiace per il suo silenzio. Ma, naturalmente, non fa che cercare la sua piet.
Lei torna a sedersi, non pi sul divano, sul pavimento, ai piedi di lui. Gli prende una mano, se la porta alla bocca, gli bacia le dita. Meglio cos, che cercare parole difficili da trovare, e chiss mai anche quanto poco persuasive, una volta dette.
In questi giorni, lui dice mentre t'aspettavo, immaginavo ogni particolare della giornata che avremmo passato insieme. Saremmo andati a rivedere i posti che pi ci piacevano quand'eravamo ragazzi, l'ultima parte di Venezia verso la Marittima, dove  pi facile baciarsi perch per le calli non passa mai nessuno, e se qualcuno arriva, lo senti da lontano. C' un canale con tutte gondole ai lati, messe a riposo per l'inverno. E case modeste, come di campagna, e campielli con biancheria ad asciugare, e bambini che giocano al pallone. Passeremo di qui, mi dicevo, guarderemo tutte queste cose e parleremo. Non abbiamo mai veramente parlato, noi due. Abbiamo sempre fatto l'amore o litigato. Questa volta mi sarebbe piaciuto parlare di cose qualsiasi, le pi stupide possibile per non trovar da discutere, e tu avresti capito, dopo. Dopo avresti capito, ma senza soffrire molto, e magari me ne saresti stata grata, mi avresti ammirato. Invece ci siamo messi a litigare come il solito, e poi, al primo momento buono, t'ho spiattellato: guarda che sto morendo. Non sono cambiato. Autocompassione, narcisismo, insicurezza, e le piccole astuzie di tutti i bambini che vogliono attenzione e simpatia. Non ce l'ho fatta a crescere, io.
Se non vuoi che resti io a Venezia, vieni tu a Milano lei dice.
A casa tua? Metti una sera a cena. Recitato col morto a tavola, questa volta.
Non pensavo a casa mia. Una clinica. Ma potrei starti vicina, ogni giorno.
No. Ho la registrazione.
Ma dopo la registrazione?
No. Io non potrei morire... Si ferma, cercando una pi appropriata forma per ci che pensa. E riprende: Non potrei aspettare la morte in una citt diversa da questa. E non perch vi sono nato e vissuto, o perch la amo e la odio, ma perch le appartengo, come fossimo una cosa sola.  malata come me. Milioni di cancri se la stanno mangiando, moriamo insieme, e per me  meno duro accettare. Hai mai letto "Morte a Venezia"?.
S, forse s, tanti anni fa.
Anch'io l'avevo letto tanti anni fa e non ricordavo. Ora l'ho riletto. Sai, con un titolo simile, quando si trova nella mia condizione uno va in cerca di tutto. Bene, mi sembra d'averlo capito soltanto ora, quel libro.  la storia d'uno scrittore tedesco, un professore, uomo pieno di rettitudine e nobilissimi pensieri. Viene qui al Lido, a passare una vacanza al Des Bains, e si prende una cotta spaventosa per un ragazzetto. Non lo sfiora nemmeno con un dito, si capisce, ma sta l a mangiarselo con gli occhi, a morirci sopra coi pensieri. Bene, a Venezia scoppia il colera, cio lui s'accorge che v' un'epidemia gi in atto, che le autorit si sforzano di nascondere. E lui zitto. Oh, la gioia con cui presente che la propria lebbra morale si mescoler con la immonda morte di tutti! Ed  proprio cos. Quando sei fottuto, l'unica cosa che pu consolarti  che insieme a te siano fottuti anche gli altri. Sono pieno di odio da soffocare.
Non  vero.
Alle volte incontro gente per strada, o in vaporetto, gente qualsiasi, mai vista. Li guardo fisso e penso: perch a me e non a loro? a me e non a loro? E li odio. Anche te. T'ho chiamata per odio. Per farti male.
Non  vero ripete lei senza stanchezza.
Lui le posa una mano sui capelli, e dice:
Non  vero. Per tu non dire pi che resterai qui o che mi porterai a Milano. Io sono psichicamente debole. Lo sono sempre stato, immagina ora. Perci devi andartene col tuo rapido, senza fare storie.
C' ancora un treno dopo il rapido.
L'espresso delle 21,18. Arriva a Milano alle 0,12.
Lasciami prender quello.
Se mi prometti di non fare storie al momento di andartene. Non riuscirei a sopportarle dignitosamente. Prometti?
Va bene.
Lui si alza, va al telefono che sta sul pianoforte a coda che occupa tutto un angolo dello studio, e compone un numero. Quando sente la chiamata, si rivolge a lei.
Vieni. Ho fatto il tuo numero di Milano. Avverti che arriverai alle 0,12.
Lei prende la cornetta che lui le porge, e risponde subito:
Giorgio? Sono la mamma... S, da Venezia... Lui  rimasto l accanto.
Lei copre il microfono con la mano, e mentre si sente confusamente la voce lontana del loro figlio, gli chiede:
Gli vuoi parlare?.
Lui si affretta a far cenno di no con la testa, e ad andarsene via, dalla parte dei servizi. E lei si rimette attenta a ci che intanto le sta dicendo il figlio da Milano, e quando finalmente quello le lascia spazio, gli dice:
Per favore, Giorgio, di' a pap che non arriver col rapido... No, non importa che lo chiami, diglielo tu... Digli che non arriver col rapido, ma col treno dopo, alle zero dodici... S, dodici minuti dopo la mezzanotte.. Digli che non venga alla stazione, prender un taxi... Digli anche che tutto va bene... Che non si preoccupi... S... Ciao... ciao... Metti gi. Allora metto gi io. Ciao.
Mette gi, e rimane a pensare. Giorgio, con la sua infantile insistenza per sapere tutto, le sue domande sciocche e inutili tanto per perdere tempo e rimanere a chiacchierare con lei, per, bench sapesse che era andata a Venezia per vedere il suo padre vero, non aveva chiesto nulla del suo padre vero. Meglio cos, in fondo, visto che questo padre vero stava per morire, e la morte  un avvenimento dal quale  preferibile che i bambini rimangano lontani. E non solo i bambini, pensa, e in verit  bastata una telefonata, un contatto sia pure fragile e rapido col figlio e la casa di Milano, per farle sentire duro, e chiss mai forse anche non del tutto giusto, il ritorno a quel problema di morte, un calice che peraltro non pu allontanare da s, dal momento che l'uomo che sta per morire lei lo ama. Deve ripetersi che lo ama, lo ama, e non  soltanto piet. Aveva sentito voglia di farl'amore con lui, prima di sapere.
Tuttavia non  su questo genere di pensieri che conviene fissarsi.  contenta che lui sia andato di l per discrezione mentre lei telefonava, cos non ha sentito che Giorgio non ha chiesto nulla del suo padre vero.  contenta anche che tardi a tornare, v' stata troppa tensione nel loro incontro, fin dal mattino, si ha bisogno d'una pausa. Prende in mano dei libri che stanno sul pianoforte, li sfoglia, vi legge qualcosa. E guarda una fotografia di se stessa, in una cornice d'argento, messa bene in mostra. Una fotografia di qualche anno fa, si capisce, quando teneva i capelli dietro le orecchie.
Lui torna, va al tavolinetto dove stanno le bottiglie dei liquori, si versa da bere.
Vuoi un whisky anche tu? le chiede. O preferisci che ti faccia un caff?
Whisky, grazie.
Ghiaccio?
No, come lo prendi tu.
Lui viene a porgerle il bicchiere, lei lo porta appena alle labbra. Non ha voglia di bere, ma stare col bicchiere in mano, e dire parole come grazie, prego, whisky, ghiaccio, abbastanza lontane dai sentimenti, rende pi facile il rapporto. Peccato che non si possa continuare a parlare di niente.
Tuttavia ci prova. Chiede scherzosamente:
Eri tanto sicuro che sarei venuta qui da te?.
Perch?
Hai messo la mia fotografia l. In mostra.
La tua fotografia sta sempre l.
Insiste scherzando:
E le donne che vengono da te, cosa dicono?.
La donna che viene a far le pulizie dice che sei bella. Crede che sia la fotografia di una che fa del cinema.
Non la donna delle pulizie. Le altre.
Le altre fa lui evasivamente. Ma poi aggiunge: Negli ultimi tempi ho sempre preferito donne che si pagano. Non posso pi sopportare le complicazioni.
E quelle cosa dicono?
Nessuna a guardarti crede che tu sia mia moglie. Troppo bella, dicono. Allora io racconto loro che eri mia moglie e poi te ne sei andata con uno pieno di soldi. E loro dicono che si vede che hai la faccia da puttana.
Ho la faccia da puttana? lei chiede provocativamente.
S.
Ora bisogna spingere la provocazione un poco pi avanti, non importa quanto sforzo, e forse dolore, ci costi.
Anche dentro sono puttana? chiede.
Chi non lo ? risponde lui.
E le si avvicina e comincia a scompigliarle i capelli con un gesto di carezza che penetra fin sotto la pelle, e v' speranza che vi sia qualcosa di sincero, nel gesto, o per meglio dire qualcosa di dimentico, per quanto improbabile sia dimenticare la figura d'una morte tanto precoce. Lei, appena un po' tesa nella volont d'essere donna, chiede:
Vuoi che mi spogli?.
S, per piacere.
Lo fa lentamente e sorride, sia pure non senza malinconia, togliersi la giacca in fondo  facile, e anche la camicetta, ma qui ci vuole un po' pi di risoluzione perch lei non ha il reggipetto, sotto, e il suo piccolo seno appare subito, e si capisce che non  pi un seno da ragazza, ma  ugualmente bello, tenero, si potrebbe dire casto. Ora prende lo scorrevole della chiusura della gonna, e sta per tirarlo gi, ma si ferma. Sa benissimo che lui non si  mosso, che  stato l immobile a guardarla, vorrebbe sapere con quali pensieri. Alza gli occhi su di lui, e vede nel suo volto ammirazione e devozione, ma non compiacimento, e tantomeno desiderio, e ci vuol poco a capire che per lui il suo corpo nudo  solo una dolorosa parte del mondo che sta per lasciare.
E tu? gli chiede.
Io cosa?
Se non ti spogli tu, non posso spogliarmi io. Non  giusto.
Egli la guarda, pacatamente, e pacatamente dice:
Io ti amo.
Non sono una puttana lei dice, piena di voglia di piangere. Vorrei esserlo, te lo giuro. Non ce la faccio. Lascia che mi rivesta. Si riprende la camicetta e torna ad indossarla.
Lui le viene vicino, perfino la aiuta ad allacciare i bottoni, per  sempre tentato dai capelli. I capelli, in fondo, potrebbero anche non essere sesso, capelli come i suoi specialmente, sottili e lisci, come di bambina.
Dio, cosa abbiamo fatto della nostra vita dice, ed  chiaro, che i suoi pensieri non hanno nulla a che fare con l'occasionale impotenza, ma si riferiscono ad una frattura e separazione, che soltanto ora si pu dire quanto sia stata ingiusta.
Vuoi dire che ci sono stati troppi sbagli? lei domanda sommessamente.
Lui non pu certo negare che ci sono stati troppi sbagli.
Ma non  stata colpa tua dice. Io ero pi possessivo di te. Tu ti davi tutta quando facevi l'amore. Non avevi riserve n paure. E io ti prendevo tutta, e avrei voluto anche di pi, e nello stesso tempo mi spaventavo.
Di che?
Del tuo essere donna, il tuo modo di godere. In realt non capivo niente. Che potevo capire, ero un ragazzo. Sono ancora un ragazzo. Non diventer mai uomo, non ne avr il tempo.
Ecco che  tornato a parlare scopertamente del male, e del resto non c' molto altro di cui si possa parlare.
Bisognerebbe sapersi rassegnare dice ancora, e va via da lei.
Torna a sedersi sul divano, sta in silenzio, a interrogare le proprie vertigini.
Bisognerebbe dice ancora non pensare mai tra un anno o tra un mese. Nemmeno tra una settimana. Alle volte mi dimentico e penso: la primavera ventura. Non c' primavera ventura.
Lei sta in piedi, sola, aggredita dal dolore.
Basta, ti prego. Basta, basta gli dice.
Hai ragione, basta. Si alza, va a prendersi dell'altro whisky.
Sta col bicchiere in mano, e con l'altra mano si accarezza i capelli, da quella parte. Ci pensa,  inevitabile. Le cellule stanno prodigiosamente crescendo, a creare la sua morte.
La prima cosa che mi accadr, dice il segnale della fine, voglio dire, sar che non ci vedr pi. Cos mi hanno detto. Una mattina magari apro gli occhi e sar buio. Oppure capiter a poco a poco, non si pu dire. Anche ora alle volte mi sembra di non aver la vista tanto buona, vedo delle macchie che mi si muovono davanti. Ecco che sta venendo, mi dico. Ormai guardo le cose in un modo curioso, perch vorrei raccogliermele dentro. Ti sei accorta di come ti ho guardata tutto il giorno? Col tormento di non perdere niente di te. Non voglio perderti. Quando non vedr pi nulla, voglio vedere te, occhi e capelli e bocca, e le piccole rughe, fino all'ultimo istante.
Lei ora sta piangendo senza ritegno, ma anche senza rumore. Basta riesce a dire.
Ecco perch t'ho fatto venire a Venezia. Mi serviva qualcuno con cui soffrire insieme.  crudelt, lo so. Mi perdonerai. Il fatto  che mi sono accorto che sono stato sempre solo, dopo che tu sei andata via. Solo. E quando ti capita una cosa come questa, non  che puoi parlarne soltanto coi medici o con le puttane. Ci vuole qualcuno che si prenda una parte del tuo dolore. Le puttane scappano, quando gli dico che ho un cancro al cervello. Oppure si fanno pagare di pi, anche se ormai l'unica cosa che voglio da loro  che mi stiano a sentire. Tu invece mi stai a sentire senza farti pagare. Ha fatto il suo buffo tentativo d'apparire spiritoso, e conclude: Era questo che volevo da te.
Lei piange, sommessamente, non si sa con quanta utilit.
Non piangere lui le dice. Ora la smetto. La smetto davvero. Mi faccio schifo. Per una cosa devi capire: io ti amo anche senza far l'amore.
Lo so.
Non ti ho mai amata quanto adesso. Altrimenti, perch mai ti avrei chiamata?
Neppure io ti ho mai amato quanto adesso.
Allora tutto va bene. Nel migliore dei modi possibili.
Va a prendere il bicchiere di whisky che lei aveva lasciato su di un tavolino, e glielo porge. Lei piange appena appena, ora, addirittura si sforza di sorridere, sebbene senza grandi risultati. Bagna un poco le labbra nel liquore che nemmeno le piace.
Mi fai sentire ancora l'Allegro? lo prega.
Lui invece si beve d'un fiato tutto il suo whisky, poi entra nella cabina di registrazione, armeggia con un apparecchio. Ha movimenti sicuri, sta attento a ci che fa, probabilmente non  affacciato sulla propria morte, in questo momento.  al suo posto, si pu dire, sta dentro i limiti delle sue brevi speranze. Ed ecco che dagli altoparlanti escono fruscii, e soffici rumori, e stridere di corde di viole e violini che vengono accordati. Poi una voce: Pronti? e subito altre voci, e in mezzo c' la sua, pi matura delle altre. Prego, silenzio. A posto i violini? Ancora una prova?
No, si registra. Attenzione, allora: si registra. Lei  attenta, come se tutto ci non fosse gi accaduto, ma accadesse ora, con presenze invisibili. Annuncia una voce: Anonimo Veneziano. Concerto in Re Minore per oboe ed archi. Primo movimento, Allegro. Al cinque dal via, partenza. Un attimo, e poi: Via!. Cinque tempi, e l'inizio dell'Allegro prorompe coi violini, in crescendo, finch viene l'oboe con note staccate, ferme, rapide.
Lui abbassa il volume e torna da lei. Lei, ferma ad ascoltare, gli sorride:
 bellissimo.
La registrazione  buona, tenendo conto che lavoriamo qui, con mezzi di fortuna. Anche la cabina di registrazione l'abbiamo fatta noi, i ragazzi ed io. Il disco verr fuori, se avr il tempo.
Avrai il tempo.
 importante per me finirlo.  tutto ci che rester di mio, dei sogni, delle ambizioni. E mio figlio... Sai, quel pensiero di cui ti parlavo, che mi ossessionava quand'era piccolo, non avr memoria di suo padre... Torna ad ossessionarmi in questi giorni. Vorrei che si ricordasse di suo padre, non di come sono fatto, naturalmente. Non mi sogno nemmeno d'andarlo a cercare per dirgli: guardami, sono tuo padre, hai il dovere di ricordarmi. Non sono tanto insensato. Ma tu, quando sar grande, gli farai sentire la registrazione e gli dirai che quello che suona l'oboe  suo padre. Gli dirai che non ha fatto niente di meglio, ma questo l'ha fatto, meglio che ha potuto. Peccato che non capisca niente di musica.
Non  vero. Capisce.
Stamattina m'hai detto ch' stonato.
L'ho detto solo per farti dispetto.
La guarda, sconcertato, ma compiaciuto, anche, sorridente.
Non cambierai mai, tu.
Mai.
Aiutati dalla musica, erano tornati ad un'atmosfera pi distesa. Il concerto era bello, lui ne era orgoglioso. And al tavolino dei liquori, a prendersi un altro whisky. Lei, il suo, l'aveva ancora quasi tutto nel bicchiere. Il tempo Allegro fin, e di nuovo si udirono rumori e voci. Per me va benissimo. Anche per me pu andare. S, ma facciamone un'altra. Subito, senza perdere tempo. Siamo affiatati... Entr nella cabina e spense il registratore.
...
.
...
[Paragrafo] 11.
...
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...
Ora c' silenzio nel vasto studio, e il silenzio  qualcosa di cui si deve diffidare, c' bisogno di cose da dire, affinch non si possa pensare a carenza di sentimenti, o altro.
Lo annunciate come Anonimo Veneziano lei dice. Davvero non si sa chi sia?
Per molto tempo questo concerto  stato un mistero lui dice, con tono un po' didascalico, forse contento dell'occasione di parlarne. Lo attribuivano a Vivaldi, perch stava in mezzo a un certo numero di concerti di Vivaldi rielaborati da Bach. Poi salt fuori un'edizione originale firmata Marcello e, si capisce, pensarono a Benedetto Marcello. Infine, un quarto di secolo fa, scoprirono un'altra edizione stampata ad Amsterdam ai primi del Settecento, col nome giusto, Alessandro Marcello, un fratello pi vecchio e meno celebre di Benedetto.  bello che ad un certo momento salti fuori un po' di posto anche per i meno celebri.
Ora coinvolge pure se stesso,  fin troppo evidente, nelle fortune dei meno celebri. Un po' d'autocompassione non gli fa male,  sempre stato propenso ad approfittarne, ed ora si deve aiutare con tutto. Finch arriva alla naturale conclusione:
Tutti noi, in fondo, siamo anonimi veneziani. Va a versarsi dell'altro whisky.
Non bevi troppo? domanda lei con sprovveduta sollecitudine.
Come pu bere troppo uno che ha una settimana, forse due, di vita? Ma lui  troppo preso dal concerto per rilevare la sua stupidaggine. Risponde seriamente, mostrando il bicchiere.
Guarda,  appena un goccio. Ho la registrazione, stasera. Fa una pausa, scuotendo la testa, evidentemente disapprovandosi, ma non troppo. Mi scopro completamente diverso da quel che credevo dice. Sono vissuto nella certezza d'essere un cialtrone senza dignit, e non  detto che non lo fossi. E adesso che sto per crepare, proprio adesso che potrei capire nel suo pi soddisfacente significato la verit che tutto  vuoto niente, ecco che mi salta fuori questo meraviglioso senso del dovere, della missione da compiere, il concerto per oboe da lasciare ai posteri, o quanto meno al pargoletto. E va bene, mi sacrificher al dovere. Ma quando la registrazione sar finita, mi ubriacher da matto tutti i giorni che mi resteranno. Non pi capolavori da portare a termine. Lo sai che ogni anno, a Venezia, qualche ubriaco va a finire in acqua e ci rimane?
Si ferma su quella domanda, che del resto non  neppure una domanda. Una fortuna da niente, morire annegato, senza accorgersene, ubriaco. Perseguendo una finale indegnit. Guarda lei, che  andata a sedersi sul divano e sta l a testa bassa, sconsolata, forse poco convinta dell'improbabile morte per acqua.
Vedi com' difficile lui dice. Si sta dividendo il whisky in piccoli sorsi.  tutto difficile. Cerchiamo tempo per stare insieme, e poi non abbiamo niente da dirci. Non pensi che sarebbe meglio se andassi a prendere il tuo rapido? Prenotazione e supplemento gi pagati?
Lei si limita a scuotere la testa per rispondere di no, ma pu darsi che ci sia pi rassegnazione che convinzione nel suo voler restare.
Capisco che non c' molto da stare allegri lui dice con un sarcasmo del tutto involontario. Ma piuttosto che vederti cos, preferisco che te ne vada subito.
Ha ragione da vendere, si capisce. Si fa forza, beve perfino il whisky che le rimane nel bicchiere. E poi si alza, addirittura va a versarsene dell'altro.
Scusami gli dice mentre gli volta le spalle. Il fatto  che mi sento del tutto inutile.
Non  una frase vuota, n sbagliata, infine permette di avvicinarsi alla verit, o almeno a dei sentimenti.
Inutile? fa lui. Prova ad immaginare cosa sarebbe stato questo mio giorno senza di te.
E domani? E dopodomani? lei dice.
Domani vivr di oggi. E dopodomani ancora. E non ci saranno molti dopodomani.
Ecco, adesso la morte  di nuovo l, obbligatoria presenza. Tanto vale affrontarne la necessit, per quel che si pu. Si avvicina al pianoforte, dove stanno i libri.
Prima, dice mentre stavi di l, ho sfogliato i tuoi libri, quelli che tieni pi a portata di mano. Ci sono delle frasi segnate qua e l, con pi o meno forza. Una mi ha colpito pi di tutte. Prende in mano un volume, s'intitola "Irrealt quotidiana". Trova rapidamente la frase segnata, e legge: Il suicidio come intervento dell'uomo in uno dei due fatti che gli sfuggono, la vita e la morte.
Ottieri lui dice.  un bel pensiero, no? E poi, corregge un poco la mia infatuazione per l'Ecclesiaste, che dice che nessuno pu niente sul giorno della morte. Qualcosa si pu.
Pronuncia la frase con forza, ma il risultato  soltanto un po' di retorica. Continua con maggiore prudenza:
  naturale che uno pensi al suicidio, quando gli capita una cosa come questa. Il padreterno ti vuol fregare e tu, con un anticipo che  magari del tutto ridicolo, lo freghi.
Cos va abbastanza meglio, sebbene, allo stato attuale delle cose, l'affermazione suoni alquanto azzardata. Essa infatti dice:
Ma non ti sei ucciso.
Lo dice rimanendo assorta in una sua continuazione di pensiero, senz'ombra di provocazione, bench, se del tutto priva di provocazione, un'osservazione del genere possa sembrare piuttosto stupida. Anch'egli segue pensieri propri.
Ho il concerto risponde ragionevolmente. Voglio lasciare il concerto a mio figlio. Sono stato un padre troppo cialtrone per non sentire quest'obbligo.
E dopo il concerto? domanda lei senza guardarlo.
Ci penser.
Lei lo guarda, ora, e dice pacata:
Tu non ti ucciderai.
 arrivata dunque alla provocazione, sembra. Egli ha un gesto scopertamente irritato.
Vuoi dire che non sono un Hemingway, vero? Non lo sono. Del resto, non  detto che tutti debbano essere toreri.
Lei lo guarda sempre, sempre pacata.
Ci sono uomini migliori dei toreri.
Parla cos, senza che si capisca se vi sia un disegno pi vasto nel suo parlare. Tuttavia questo  un parlare giusto, non argomenti d'evasione, bens morte, suicidio, lasciare qualcosa di non indecente dopo di s. Avendo qualcuno che si ama,  naturale che ci si preoccupi della decenza.
Vorrei che tu capissi che la morte non mi fa paura egli dice.  la paura della morte che mi fa paura. Non  un gioco di parole. Se accadesse senza che me ne accorgessi, non me ne importerebbe niente. S'interrompe, sconsolato, essendo fin troppo chiaro che non  proprio necessario avere un cancro in testa per arrivare a un cos alto grado di stoicismo. La morte, in s, non  male per nessuno, a patto che la si spogli della paura.
Sempre ammette onestamente ho trovato qualcosa di affascinante nella morte. Terrore e attrazione. Da bambino, quando credevo in Dio, le sere che andavo a letto con la certezza d'essere senza peccati mortali, pregavo di morire durante il sonno. Mi sarei svegliato in paradiso. Adesso il paradiso  il nulla. Ma anche il nulla pu essere paradiso sufficiente. Non solo per me, sai. Per tutti.
Lei l'ha ascoltato senza seguirlo. I suoi pensieri sono pi vicini e concreti, non si lascia distogliere.
Anch'io, se mi trovassi al tuo posto, penserei di uccidermi dice. E anche a me mancherebbe il coraggio. E anche so cos' la paura della paura. Perci sarei riconoscente ad uno che mi aiutasse. Non so, io dormo, e lui mi spara, per esempio.
Questa, tutto sommato,  una proposta sensata.
Tu lo faresti per me? domanda.
S, credo di s lei risponde.
Non c' da dubitare della sincerit, almeno contingente, di questa affermazione. Concorrendo le circostanze, potrebbe farlo. E per lui sarebbe un modo pi semplice, e sicuramente meno solitario, di morire. E uno che deve morire entro un termine senz'altro breve potrebbe anche passar sopra a certi scrupoli, ai quali peraltro egli non si sente di passar sopra.
Non preoccuparti risponde sforzandosi di parlare di s come se parlasse d'un altro.
Foschini non  uno di quei medici che ti tengono in vita per forza anche quando non  pi giusto che tu viva. Gi ora mi d tutto quello che serve per allontanare il dolore, e anche per soffocare l'angoscia. Vedi come sono sereno, ora. Prima, quando sono andato di l, non  stato perch non volevo sentire la tua telefonata a Milano. Sono andato a farmi una iniezione. Ho imparato a farmele cos, attraverso i pantaloni, come i morfinomani. E ora sto bene, proprio bene. Se vuoi, possiamo anche far l'amore.
Circa il suo star bene, e soprattutto circa la sua volont e capacit di far l'amore, si possono nutrire non pochi dubbi. Ha parlato con troppa enfasi per essere del tutto sincero, il suo male non  cosa che possa passare facilmente in seconda linea, e nemmeno la paura della paura.
Se vuoi lei dice con mite fermezza possiamo morire insieme.
Questo sarebbe un altro modo, meno solitario ancora. Ma non accettabile, per un'infinit di ragioni, tra le quali, onestamente, bisogna mettere anche quella che lui non  ancora del tutto preparato alla morte. Altrimenti, perch mai l'avrebbe fatta venire?
Stupidaggini dice sforzandosi di sdrammatizzare. Foschini ha detto che non me ne accorger nemmeno, e io gli credo. La scienza  in grado di farlo. Tutti potremmo morire in pace, se tutti i medici fossero come Foschini, che pensa che il dolore  ingiusto, e che la paura  pi ingiusta del dolore.
Non si sa nemmeno se crede a ci che dice, o se gliene importi qualcosa, in questo momento. Lei  l, e non ha senso ci che  privo d'un rapporto immediato con lei. Ha pur detto che sarebbe pronta a morire insieme a lui, e rifiutarlo potrebbe anche essere vilt, non coraggio o generosit.
Adesso finiamola con questa storia dice irritato. Io sono immortale, se voglio. Basta fregarsene. Cerca di fregartene anche tu.
Lei va a sedersi sul divano.  stanca, forse, certo smarrita. Sta sul limite di qualsiasi accettazione, per col pensiero volutamente concentrato su quell'unico problema, e su di un artificioso rimescolo di sentimenti. Voler morire insieme a lui  un'offerta puramente emotiva, e ci non vuol dire che non lo farebbe, ma potrebbe farlo solo limitando se stessa a lui, per amore, naturalmente, non per semplice piet. La piet non cancella il problema di Giorgio e di Silvia, e della banale conservazione. C' da scoraggiarsi, e da dubitare di se stessi.
Lui viene a portarle un grosso pacco.
 un regalo per te dice.
Lei si prende il pacco sui ginocchi, senza curiosit di guardare. Davvero,  troppo stanca, e incerta. Non vorrebbe nemmeno essere l, ma  scontenta di pensarlo, dipende da un'acuta percezione della propria impotenza, che passer presto, si spera.
Non guardi nemmeno cosa c' dentro.  bello, sai. Sono sicuro che ti piacer.
Lei scarta, meccanicamente. Ma appena guarda si fa attenta.  un tessuto, davvero prezioso, un broccato d'oro. Si lascia prendere subito, femminilmente.
 stupendo esclama svolgendolo. E poi: Chiss quanto t' costato.
Lui non pu fare a meno di sorridere, lei cos saggia e parsimoniosa, sempre preoccupata per i soldi anche quando non  proprio il caso di preoccuparsene, poich se  vero che soldi non ne ha poi tanti, altrettanto vero  che quei pochi non se li potr portare con s, quando prossimamente accadr.
Non m' costato molto risponde. Sono tessuti che fabbrica un mio amico. Anzi, li fabbricava, con antichi telai a mano. Faceva i vestiti per le regine. Adesso le regine non ci sono pi, gli antichi telai stanno silenziosi in un enorme stanzone, ancora coi fili impostati, come ragnatele. Anche in questo modo Venezia finisce. Vuoi uno specchio?
Lei fa cenno di s. Il meraviglioso tessuto svolto le illumina gli occhi, vuol vedere addosso a s il vestito delle regine. Lui apre l'anta d'un armadio, nell'interno c' uno specchio grande abbastanza per potervisi specchiare interi. E lei si specchia drappeggiandosi, si guarda con crescente compiacimento, forse anche troppo dimentica della situazione. Finch non le arriva la voce di lui.
Nella vita della maggior parte delle donne dice tutto, anche il dolore pi grande, porta alla messa in prova d'un abito nuovo.
Lei si volta, lasciando cadere il tessuto. Sa d'avere sbagliato, cedendo tanto facilmente alla vanit, e tuttavia gli chiede:
Perch?.
Non sono parole mie egli si affretta a rispondere in tono di scusa, ansioso di farsi perdonare. Sono di Proust. Sono divertenti, non volevo proprio offenderti. Ti prego. Non essere triste, non essere triste.
Ma lei  triste.
 proprio vero dice con la poca ironia di cui  capace. La messa in prova d'un abito nuovo. Dovrebbe tuttavia essere un abito da vedova.
 doloroso tutto questo, ma anche meschino, lo sanno entrambi. Lui si porta verso il pianoforte, tocca qualche libro, tanto per far qualcosa. Anche il ritratto di lei tocca, cos splendida e giovane dentro la cornice d'argento, perfettamente ricettiva nell'espressione, le si addice qualsiasi sentimento le si voglia attribuire, purch abbia una sfumatura di malinconia. In fondo, non  mai stata allegra. Neanche quando faceva l'amore.
 stato uno sbaglio farti venire lui dice. Ma ormai il rapido non lo prendi pi. E tra poco arriveranno i ragazzi, mi sorprende che non siano gi qui.
Parla composto, sforzandosi di riprendere un difficile controllo. Vuol essere duro dentro di s, non lasciare posto a stupide debolezze. Raccoglie il prezioso tessuto, comincia a ripiegarlo, pur consapevole che questa  faccenda pi adatta a lei che non a se stesso. Ma lei sta sempre ferma e avvilita, sembra incapace d'altro, e anche questo finisce per irritare.
Ricordati che devi andartene senza fare storie, quando sar il momento egli dice. Non sopporto le storie. Davanti ai ragazzi, poi. Sarebbe intollerabile. Mi stimano, i ragazzi, pensano che sia chiss chi, mi credono al disopra degli altri uomini. Non potrei permettere ad una donna come te, una donna da poco tutto sommato, la mantenuta d'un miliardario in parole povere, una che gli fa pure le corna quando capita... S'interrompe, smarrito, senza pi forza d'andare avanti.
Anche quella  una strada sbagliata, pi sbagliata delle altre. Ha finito di ripiegare il tessuto, lo riavvolge nella sua carta, non molto bene si capisce, ma fa quel che pu. E lei se ne sta ferma, voltando le spalle allo specchio, guardando il pavimento per non guardare altro.
Ti scongiuro egli le dice. Ti scongiuro, di' qualcosa, fa' qualcosa di sbagliato. Ho bisogno di odiarti, capisci. Se arrivo ad odiarti, non far tanta fatica senza di te.
Lei ora alza il viso, e sicuramente non lo odia n lo disprezza.
Lasciami morire insieme dice.
Lui le si avvicina. Posa il pacco del tessuto sul divano, le prende il viso tra le mani.
Facendo cos non mi aiuti dice. Non  che non ti credo. Per non serve a niente.
Cosa lei dice, e poich lui tarda a spiegare cosa mai non serva a niente, gli prende le mani e gliele bacia.
Le tue mani dice.
Ormai sono cos vicini e uniti che non possono fare a meno di baciarsi, un altro bacio con un'accresciuta voglia di esaurirsi e di finire, le labbra di lei dischiuse subito arrese, dolci e fresche da sentire, ogni sensibilit concentrata nella bocca, non corpo n sesso, e neppure cancro in testa, solo anima con perduto bisogno di santit e naturalmente di eternit, e si perde anche il senso di quanto ci effettivamente duri. Ma d'un tratto suonano il campanello da sotto, e il miracolo subito finisce. Egli va a premere il pulsante che apre il portone sulla calle.
Torna verso di lei, un po' sorridente, un po' triste.
Peccato dice. Questa volta forse ce l'avremmo fatta a far l'amore. Non ti avevo mai baciata cos bene. Comunque, non  poi tanto necessario, almeno per me.
Lei non dice nulla, lo guarda, come trasferendosi in lui. E lui ancora sorride, o almeno tenta di farlo.
Hanno quattro piani di scale da fare dice. Ci vuole tempo. Cos'hai da dirmi? Pi niente?
Ti amo.
Non dire a Giorgio che m'hai visto. Non dirgli niente di me, neanche quando capiter.
Va bene.
Poi, quando sar cresciuto, gli farai sentire il concerto, se far in tempo a registrarlo. Gli dirai che mentre suonavo pensavo a lui. A lui e a te.
Ormai il tempo  passato, sulle scale si sentono passi e voci. Dice ancora:
Ricordi la prima cosa che t'ho detto stamattina? Grazie che sei venuta. Tentavo di far lo spiritoso, ma non sai quant'ero sincero.
Ho paura d'averti fatto pi male che bene.
M'hai fatto bene.
Ora i ragazzi sono sul pianerottolo, si sente che scherzano e ridono, il campanello suona.
Credo che riuscir ad andarmene con dignit egli dice avviandosi per aprire.  stupido, ma  un modo d'avere meno paura. Tu mi hai aiutato, e mi aiuterai, quando ti penser.
Apre, e i ragazzi entrano, allegri, coi loro vestiti quasi eguali, ragazzi e ragazze, pullover e jeans, alcuni portano i loro strumenti chiusi negli astucci. E salutano, entrando. Dicono, educatamente: Buonasera, professore. E a lei, senza molta meraviglia: Buonasera, signorina.
Lui ora  completamente composto, il volto nobile, come si conviene ad un genio, sia pure non ancora realizzato. Li presenta pronunciando il loro nome a mano a mano che entrano:
Giovanni, Federico, Antonia, Guglielmo, Roberto, Giuseppe, Sofia, Luigi, un altro Giuseppe, Guido, Giulio, Caterina, Vincenza, Ignazio, Sergio, Filippo, Mariuccia, Camillo. E conclude, accennando a lei: Mia moglie.
Camillo s' fermato, sorridente, guardandola. Ha i capelli lunghi, una faccia senza sesso, bench la bocca sia troppo grande.
S, sua moglie dice divertito. E a lei: Non gli badi, sa, signorina. Il professore scherza sempre.
Lui ride, con simpatia.
La cosa pi difficile  farsi credere quando si dice la verit osserva. Anche lei sorride.
Chiss quante mogli gli avrai presentato finora.
Sette od otto, non ricordo bene fa lui scherzando.
I ragazzi vanno rapidamente al loro posto, i tecnici agli apparecchi, gli altri dietro i leggii. Estraggono dagli astucci viole e violini, li accordano, in un accumularsi disordinato di stridori.
Lui prende il piccolo libro che gli  caro, l'Ecclesiaste, e lo porta a lei ch' rimasta in piedi presso la porta, senza saper che fare, sentendosi superflua, essendoci i nuovi venuti. Anche lui  del tutto cambiato, dopo l'arrivo dei ragazzi, sicuro di s, disinvolto, cerca perfino di conformarsi alla loro allegria. Ma con lei, appartato presso la porta,  subito un altro, pretende una sorta di complicit dolorosa.
Tieni dice porgendole il volume te lo regalo. E ad un timido cenno di rifiuto da parte di lei, aggiunge: Prendilo. Domani me ne compro un altro. E ancora insiste, apparendo lei come indecisa:  un libro piccolo ma infinito. In qualsiasi punto lo apri, trovi qualcosa che ti si addice. Facciamo la prova?.
La presenza dei ragazzi si sente, nonostante tutto, e lei sta l malcerta nella complicit che pur vorrebbe dare. Lui ha aperto il libriccino, davvero a caso si direbbe, e scorre con lo sguardo la pagina, finch sorride, soddisfatto. Gli  capitato qualcosa che si addice, bene o male. E legge:
"L'amore, l'odio, la gelosia che avevano - Spariti - E non c' pi non ci sar mai pi - Qualcosa di loro - Nella totalit delle azioni - sotto il sole - Va' - mangia contento - il tuo pane - E bevi con cuore allegro il tuo vino - Perch quello che fai -  voluto da Dio...".
La voce d'un ragazzo ignaro arriva ad interromperlo:
Noi siamo pronti, professore.
Egli si volta per rispondere:
S, subito.
Torna a guardarla, non leggendo, ma sicuramente citando a memoria:
"Bianca sia la tua veste in ogni tempo - E non manchi di unguenti la tua testa".
Cos dicendo le mette il libriccino tra le mani, senza che lei trovi il modo di fare o dire nulla.
...
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...
[Paragrafo] 12.
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...
Aveva preso il suo boe dall'astuccio sopra il pianoforte ed era andato a collocarsi, in piedi, al centro del semicerchio di ragazzi e ragazze in attesa coi loro strumenti accordati e pronti. Stettero cos qualche attimo cercando concordemente raccoglimento. Poi, pacato, rassicurante, aveva detto:
Comincerei con una prova, se non vi dispiace.
Io per registrerei anche la prova propone il ragazzo che sta nella cabina.
D'accordo lui dice.
Ora  immobile, fisso in una concentrazione apparentemente senza sforzo. Il concerto  una cosa concreta, pu stare nel giro del suo limitato futuro.  bene aggrapparsi alla musica o alla poesia, cercare un rapporto con l'arte, non con lei. La morte  un fatto solitario, non si pu morire insieme, se non nel senso che tutto e tutti devono morire, e ci si trova in una citt dove ci  pi che altrove evidente. Fa un cenno al ragazzo nella cabina, per dirgli che si pu cominciare. E dalla cabina il ragazzo, con una voce fin troppo seriamente professionale, dice le parole che gi vengono incise:
Anonimo Veneziano. Concerto in R Minore per oboe ed archi. Secondo movimento: Adagio. Registrazione prova. Al cinque dal via, partenza. Un attimo di sospensione e poi: Via!.
 sempre immobile, ma teso, ora, ad occhi chiusi, sentendo ogni sguardo su di s. Mentalmente conta i cinque tempi dal via.  un periodo magico, tuttavia fatto solo d'attenzione, del resto un lungo studio ed esercizio  stato fatto, e l'emozione  semplicemente marginale, si potrebbe perfino dire occasionale qualora si potesse metterla in relazione con la presenza di lei, e la cosa non  affatto sicura. Comunque passano i cinque lunghissimi tempi, e infine lui fa un appena percettibile cenno col capo, e gli archi cominciano perfettamente, all'unisono. Un pianissimo che viene crescendo in accordi cadenzati, mentre lui sta gi con l'oboe alle labbra e al momento giusto attacca, le note tristi cominciano ad uscire dallo strumento nella lentezza dovuta, insieme strazianti e pacificatrici, tirate su di una purezza di suono e di ispirazione che finisce per arrivare oltre ogni incertezza e peccato e malattia, e ci per un miracolo di necessit, come se le cose date non potessero essere che cos, cio appartenessero comunque ad un ordine che sta al disopra della casualit degli eventi e del vivere. In questo modo lotta, sempre ad occhi chiusi, contro la sua paura della paura.
Ma poi apre gli occhi e li fissa su di lei che sta affascinata vicino alla porta, con in mano il libriccino e il pacco del vestito da regina, pronta per una partenza per sempre differita, rapportata ad un tempo che probabilmente non  destinato a passare, se un'emozione legata ad un suono e ad un sentimento pu pervenire ad una sua eternit.
Ma ecco che le note dell'oboe si fanno insicure, distorte, e i ragazzi lo guardano increduli, qualcuno smette di suonare, e anche lui subito smette.
Ha di nuovo gli occhi chiusi, il volto contratto nello sforzo di dominare l'emozione. Ci che stava suonando, non era solo dolore per la morte di un uomo, era disperata rassegnazione per la morte d'una citt e forse di tutto ci che  vissuto. In una desolazione tanto vasta e perfetta, non c' posto per piccole storie personali. Quando riapre gli occhi su di lei,  sufficientemente sicuro, riesce a parlare con la voce quanto basta ferma.
Penso che dovresti andare dice. Il treno non aspetta nessuno.
Lei ha un attimo d'incredulit, sembra quasi che accenni a dire di no con la testa, ma poi raccoglie ogni sua forza ed esce in fretta, senza pi guardarlo, ed  bene che cos sia, per tutti e due.
Ora lei se n' andata e lui torna a guardare i suoi ragazzi, e bisogna ridare loro fiducia, perch la cosa accaduta  stata assai sconveniente. Ma lui ce la fa a sorridere.
Scusatemi dice.
Li guarda ad uno ad uno, Giulio, Caterina, Sergio, Ignazio e via via tutti gli altri, fino a Marcello che tiene tra le gambe divaricate un enorme violoncello. Hanno fiducia in lui e lo sguardo basta a rassicurarli circa una debolezza che non si ripeter.
Sono pronto dice, e rif il cenno verso il ragazzo della cabina.
E il ragazzo della cabina rimette in moto il registratore e ripete le parole destinate a rimanere incise, stereotipate fin che si vuole, ma cariche di certezza:
Anonimo Veneziano. Concerto in R Minore per oboe ed archi. Secondo movimento: Adagio. Registrazione prova. Al cinque dal via, partenza. Via!.
Di nuovo sono l, immobili nella breve ed interminabile attesa, e pi facile  la concentrazione, dato che l'estranea  andata via. Al suo cenno gli archi cominciano, dapprima appena percettibili, poi pi sicuri nei lenti accordi d'attesa. E lui attacca, la nota ferma, seguita con necessit e precisione dalle altre, nell'antico concerto che dice la rassegnata disperazione per la morte di un uomo, e forse d'una citt, e forse anche di tutto ci che  gi vissuto abbastanza.
...
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...
FINE.